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Alfio Consoli Welcome to Librino: pannello di n. 12 foto a colori formato 140x150 cm
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Testo critico di Silvia Ferrari
| Una porta da calcio
vuota disegna la propria ombra esile sul fondo di terra bruciata dal sole
e da un'assenza d'acqua che la rende simile al cemento; senza la rete che
le restituisca una funzione d'uso, come un oggetto sterile spalancato su
di un paesaggio urbano dove una barriera di grattacieli formano una fila
serrata senza pause. Seguire la forma di quella porta da calcio, oggetto
che diventa ombra e ombra che diventa oggetto, è come sentirsi in uno dei
paradossi di Escher per cui l'indefinito limite tra realtà e disegno
trasporta la visione in una dimensione irreale. Dove sono i giocatori,
dove le persone che guardano o passano? Un'altra porta: la grande traversa di sostegno dei cartelli segnaletici che sovrasta un'ampia autostrada a tre corsie. E' come un grande arcoscenico che introduce alla città in apparizione sullo sfondo. Sui cartelli si legge l’indicazione con l'uscita per Librino; più sotto sull'asfalto ancora l'ombra disegnata della traversa, ma nessuna auto. Basterebbero queste immagini a rappresentare il carattere del lavoro fotografico che Alfio Consoli realizza nelle strade del quartiere di Librino, in provincia di Catania. Il fotografo ritorna nella propria terra natale per documentare, dopo il lavoro su Gibellina, ancora una storia di aspettative disattese, di ritardi e abusivismi nella Sicilia di oggi, storia che si aggiunge alla lunga lista dei "casi italiani" che la fotografia può solo limitarsi a denunciare e mostrare. E' con spietata lucidità che tutti gli aspetti paradossali e contraddittori della vicenda di Librino, la "città satellite" di Catania, in attesa che l'insabbiamento burocratico sblocchi l'avvio di servizi e permetta finalmente l'abitabilità di tutte le sue strutture, vengono mostrati. Le immagini si snodano tra le strade deserte, nei piazzali immensamente vuoti, sulle facciate dei palazzi disabitati, davanti alle serrande di negozi mai aperti. La fissità delle scene congela le immagini nel tempo dell'attesa, ma innesca il paradosso di uno sguardo che invece si nega all'immobilità della visione per farsi mobile e inquieto, per farsi sguardo indagatore che cerchi un appiglio, un qualunque segnale di un vissuto che possa ristabilire la normalità della visione. Nelle immagini della città fantasma gli spazi reali sono svuotati fino a renderli immateriali. La disconnessione del reale avviene attraverso il disvelamento del reale stesso; il paradosso è nei suoi stessi contenuti, tanto da portarci a pensare ad un suo sostituto disegnato o digitale. Ecco allora come la visione si focalizzi sui caratteri essenziali dell'oggetto, negandone però il senso logico. Tra le geometrie delle architetture, nei vani delle finestre e dei balconi, lungo le ringhiere e i parapetti, sopra le grandi lastre delle pavimentazioni o le texture regolari nei parcheggi deserti, non si scorge traccia umana. L'ombra bruna delle strutture abita quei luoghi e ne punteggia il paesaggio cimiteriale di vuoti e pieni, attenuando il vuoto sordo che riecheggia dagli scorci più lontani; disegna le forme geometriche integre, i materiali, delimita gli spazi, si apre alla luce abbagliante sulle grandi superfici. Ancora il paradosso: l'integrità del nuovo contiene in sè già i segni della zona dismessa, della rovina. La fotografia si trasforma in mezzo di riflessione su quella che è una realtà negata di quei luoghi, ma anche su una realtà ipotetica, un’apertura sul futuro. |