Progetto generale Fiumara d'Arte
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30 Settembre 2005

PRESTI, LA BELLEZZA DEL CORAGGIO

 

            PALERMO. Un uomo semplice, cinquantenne in manica di camicia è al centro fra Tommaso Romano (dx) ed il prof. Aurelio Pes (sx). Si chiama Antonio Presti, neanche sapevo che la lotta alla mafia avesse fra le sue fila esponenti tanto carismatici come il nostro. Paladino di libertà, ha parlato con una chiarezza disarmante, direi serafica. E non ho sentito volare la mosca. Eppure, un carabiniere (forza della metafora) non riuscirebbe a capirlo; perché l’arroganza del potere (che si avvale delle forze dell’ordine) ha il suo alibi nel progresso; che, se un argomento tanto debole e meschino come  protervia istituzionale trova cittadinanza fra le forze dell’ordine, allora il dogma del progresso è in verità, solo ed esclusivamente un “affare” che esclude la bellezza dai parametri del welfare state con metodi opinabili e apodittici. In questo senso, la Res Publica è pregiudizialmente mafiosa; nel senso che La Bellezza nelle opere pubbliche non costa o, costa l’insostituibile piacere del godimento estetico che disperde l’ansia, riduce la dannosità della frenesia che senza bellezza, non ha antagonisti, e soprattutto qualsiasi fregio artistico capace di avere benefiche ripercussioni emozionali è molto poco costoso; molto, molto meno dispendioso della vandeana tangentopoli, mentre l’alibi del progresso moltiplica i capitali malversati verso destinazioni assolutamente diverse da quelle previste per l’appalto, ma concorrenti all’espansione della criminalità organizzata. E Antonio Presti lo dice.

            Ribadisce l’opulenza esagerata dell’attuale meccanismo traviante, con la fermezza di chi si è rifiutato di arricchire ingiustamente i corteggi legati alle commesse di lavori pubblici, rifiutandosi di pagare le tangenti alla mafia nei vari aspetti di imprese nepotiste, di taglieggiamenti, di favori ai boss degli ammanicamenti e di buste ai burocrati, fino a decidere di cambiare vita per il voltastomaco.

            Fiumi di euro, chiliadi di potenziale ricchezza da distribuire al popolo, tutti nelle tasche dei volti ambigui o omertosi delle pance molli e dalle firme tesoriere; ma micragnosi argonauti dei muri di gomma, della dissimulazione sociale e disinteresse dei giudici, della giustizia e dell’autorità. Risorse economiche che Antonio Presti sa bene a quanto ammontano, un listino prezzi delle asocialità e delle nefandezze, che ha scelto di gettare al vento fra le fiamme infernali del contrappasso, impegnandole per finanziare La Bellezza al giusto prezzo degli affreschi, dei giardini, degli alveari, delle sculture, delle bonifiche di discariche e dei letti di fiumi. Così ha risalito il fiume Oreto fino alla fonte di Altofonte che sgorga al centro della piazza paesana. Una cosa stupenda. Applausi. Applausi. Applausi.

            La devozione alla bellezza gli ha fatto rischiare la vita. E vi assicuro che ascoltare la sua voce è una vera rivelazione; un donchisciottismo, però, che oggi lo accredita fra i meritevoli di un conferenza antimafiosa, dai toni istituzionali, all’interno della Provincia di Palermo, che festeggia così, uno fra i pochi e autentici successi contro la mafia e la criminalità organizzata. Un raccontare e raccontarsi dell’altra faccia contro il business crime delle spese esagerate e dello sperpero accomodante maltolto alla Qualità della Vita dalle commissioni preposte all’analisi dei progetti per opere pubbliche che neanche considerano la bellezza e la qualità della vita componenti sinergiche del piano, ammesso per certo – come ha precisato Aurelio Pes durante il suo intervento – l’incredibile incompetenza dimostrata dagli addetti ai lavori incapaci di dare un senso e un valore all’estetica, tanto da dover dubitare sui reali motivi che hanno fatto approvare – ad una giunta di sinistra – la realizzazione di un orribile palazzo, semplicemente bruttissimo e ad altissimo impatto ambientale. Una vera m.; come ha pubblicamente rimproverato. Chi sono io per giudicare? Ma certo ho orecchie per sentire ed occhi per vedere cosa mi ergono d’intorno quale lampante esempio di sodomitico autoterrorismo. La bellezza si fa notare e la bruttezza ci fa ammalare, così, per pura e semplice spontaneità congeniale al genere umano. È bello ciò che piace. Sì, ma è meglio essere buoni che belli, ed è meglio essere belli, che brutti … e scusate se è poco.

            Dunque, la scelta di qualità di Antonio Presti, questo impegnarsi per l’Arte iniziato più di vent’anni fa, ha tessuto un florilegio di effetti, scaturiti in un feedback di agenti positivi (insisto: il disinteresse convince d’autentica ed insospettabile virtude) che sono i riconoscimenti e i successi ottenuto da chi dà senza chiedere nulla in cambio. Nessuna contropartita, ma fare, agire per la bellezza. Come già ammonì Goethe, i risultati migliori si ottengono senza sapere dove ci porteranno le nostre azioni. Cioè, il principio ispiratore di Antonio Presti, e sebbene non abbia mai indossato uno scapolare, parla come un angelo. Sertirlo per credere. Antonio Presti ha arricchito la sua personalità ed ha fatto esperienza; una fede nella bellezza, che gli ha dato la forza di resistere, alle umiliazioni e al boicottaggio. Per esempio, ha regalato al mondo sette opere monolitiche disponibili gratuitamente alla contemplazione nel parco della Fiumara d’Arte che, seppure innocue, belle foriere di  ammirazione e di consensi, Antonio Presti deve demolire per ordine di una Procura Generale. Perché? Che male fanno le sculture, e a chi? Allora, bisogna scegliere a quale categorie di uomini appartenere: se a coloro che sentono e cantano solo tragedie, o a coloro che sentono le tragedie e capiscono che sono altro che commedie. Credo che questa massima valga la metafora del carabiniere che incosciamente agisce come un terrorista. Io lo invito a disubbidire, perché qualunque motivazione serva a dissimulare una violenza diretta contro la bellezza, è un atto di terrorismo. Quindi che ci pensi, prima di ubbidire alla “LEGGE”. Provvedimenti peggiori del male…

            Non credo che ci sia un motivo più pretestuoso del potere arrogante e dei sensi di colpa dei politici, dei giudici, degli arrivisti incapaci di ammettere la loro fallibilità, di fronte alla naturale bellezza che li rimorde e li tortura nell’autocommiserazione d’essere tanto alieni (non certo alienanti) da non “capire” la bellezza nella immediatezza che affascina e deduce, forse sublima, idee e rappresentazioni che solo la Bellezza può generare. La bellezza salverà, soltanto il mondo di Fiodor Dostoewskij, o anche il nostro? E questo dilemma li costringe a piegarsi alla violenza, all’ira alla rabbia degli accidiosi che fanno tabula rasa dell’esperienza, inaugurando anni zero per le generazioni future che apriranno gli occhi su opere inutili, orribili e inquinanti, maledettamente perniciose per lo spirito e per la natura. Qualunque sia l’esito della profezia della bellezza quello di Antonio Presti è un discorso eccitante, sprono, onirico che inuzzolisce l’entusiasmo, fino a farci sentire pienamente solidali con i propositi di Antonio Presti artista, e da cinque anni uomo delle istituzioni catanesi, dove si è trasferito per sfuggire ai sicari della mafia. Perché gli economisti sono uomini capaci di fare i conti ma incapaci di dare un valore alle cose che contano, e i politici sono uomini che sognano i conti degli economisti per continuare a fare i politici. Quindi noi presenti all’incontro, abbiamo capito, abbiamo recepito e partecipato con sincero entusiasmo i motivi ispiratori di Antonio Presti, al quali crediamo per affinità e purezza di propositi; tutti, siamo stati coinvolti nelle singolarità che caratterizzano la specie umana. Un palinsesto di ricordi è stato recuperato dai tiretti della memoria e l’inconscio della platea si è liberato dalle pastoie della materialità. In effetti, abbiamo sognato. Il suo carisma ci ha condotti pragmaticamente davanti alla soglia della meraviglia o della bruttezza agghiacciante. Come i palazzi, i cortili e le case di Librino, il quartiere satellite della periferia di Catania dove la fama della popolazione è gemellata a quella dei conquistadores e neanche le forze dell’ordine osano metterci piede. Anarchia. Bronx. Postribolo. Librino è figlio partogenetico della corruzione, nepotismo, ingiustizia, spreco, distruzione e criminalità, perché non c’è traccia di bellezza, neanche la parvenza di un tentativo estetico di abbellimento, se le finestre non hanno balconi la gente abita al di là di muri monolitici, piatti di arida esclusione come quello che fu di Berlino o l’ultimo in completamento lungo la Striscia di Gaza. Eppure, dove nessuno neanche tenterebbe un approccio con i residenti di Librino, Antonio Presti farà sorgere il Museo Terz’occhio, Meridiani di Luce. E così sarà, perché come ha dimostrato se si cerca, si trova bellezza anche nell’ignoranza e nella staticità della già immobile monotonia. La violenza si trasforma in colori e la pietrificata anima della emarginazione scopre i lati oscuri della bellezza, imprevedibilmente tanti da poter essere campionati e scelti fra le immagini da proiettare sui muri, stralci di vita buona e bella che mai nessuno, prima di Antonio Presti, ha avuto il coraggio di rivelare al mondo. A Librino, dunque, nascono le rose. Perché, il bisogno di qualità è una esigenza universale, una necessità della specie umana, che poco ha a che fare con la cultura, anche se la cultura fa paieia, è apotropaica. Ora, Antonio Presti fa l’albergatore. Da magnate dell’industria delle costruzioni, per vivere gestisce L’Atelier sul Mare di Marina di Tusa. Antonio Presti non ci ha invitati, lo giuro. Ma tutti abbiamo promesso di andarci.

 

Marcello Scurria

 

 Rassegna Stampa

                                                                     

 

                                   


 

Antonio Presti

la biografia

Tesi di laurea e studi
sulla Fiumara d'Arte
Storia della Fiumara
I portatori d'acqua
Nagasawa
La barca dell'invisibile
Consagra
La materia poteva non esserci
 L'appello
al Presidente
della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi
 

 

     

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