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TURISMO di Marcello Clausi
Atelier sul mare, esclusivo albergo d’arte.
È facile perdersi, restare a guardare, chiudersi dentro, intrufolarsi in ogni stanza, restando immobili a guardare cosa avviene all’interno. Perché in ogni stanza, si fa strada un linguaggio diverso, che fa a pugni con il precedente; la bellezza si erge suprema, unica ospite di Lai, Moschetti, Canzoneri, Nagasawa. Loro si sono inchinati e hanno pensato, costruito degli alvei in cui la Bellezza potesse accomodare. Gli ospiti, poi, sono accessori. Se vogliono partecipare al rito, sono sempre bene accetti. Siamo a Castel di Tusa, una fazzolettata di case lungo la Palermo-Messina (uscita Tusa, con la nuova autostrada): qui Antonio Presti ha costruito il suo Atelier sul mare, albergo d’arte probabilmente unico, dove si può vivere l’esperienza irripetibile di sentirsi parte di qualcosa d’altro, comunque imponente e superbo. Presti, mecenate, pazzo o semplicemente scriteriato cultore di bellezza, dal ’90 in poi, ha chiamato a raccolta gli “amici” artisti e ha offerto a ciascuno di loro la possibilità di esprimersi attraverso una delle “stanze” dell’albergo. Che, insieme, oggi formano un itinerario artistico-museale che si può abitare o semplicemente, visitare. L’albergo, a prima vista, non sembra nulla di speciale: tre piani in stile mediterraneo, intonacati di un bianco accecante su cui spiccano scritte gialle che inneggiano all’altro progetto di Presti, usare l’arte per “pulire” e vivificare il quartiere catanese di Librino. Ma questa è un’altra storia. Dunque, la hall. Tappezzata interamente dalle centinaia di articoli delle riviste e quotidiani più disparati, dedicati all’Atelier sul Mare. Ma qui e là, una pietra dorata, un divano rabberciato, tele e disegni, omini infantili, ti immettono in uno spazio che senti diverso. Inizia il viaggio, in quattordici tappe. Il regalo, alla fine, è un’ubriacatura di linguaggi e visioni di cui si può scegliere di far parte. O magari, cambiare sera dopo sera, per fagocitare l’intero “volume” di sensazioni.
Così la stanza di Maria Lai, “Su barca di carta mi imbarco” è dedicata a Sicilia e Sardegna, un viaggio marino, una tela di ragno in cui restare impigliati.
Maurizio Moschetti ha voluto popolare una stanza bianchissima di mobili e suppellettili rosso fuoco, una sferzata di “Energia” vitale. La stanza di Michele Canzoneri, “Linea d’ombre” è la più amata da chi cerca luce: è una grande zattera di legno che naviga idealmente verso il terrazzo abitato dalla vasca da bagno. Renato Curcio e Agostino Ferrari hanno creato, per “Sogni tra segni”, un omaggio all’utopia grafica, entrando nella loro stanza ci si pongono cento e una domanda e si cercano sui muri le risposte.
Fabrizio Plessi ha popolato la sua umile “Stanza del mare” di porte di legno orientali, e di sei video che rimandano all’immagine del mare che si vede dalla finestra.
Con Hidetochi Nagasawa ci si trova proiettati in una scatola d’ottone luccicante del tutto priva d’orpelli, con una scultura-letto al centro della stanza.
Raoul Ruiz ha aperto la sua prigione: un enorme cilindro vuoto e nero ospita un letto di tre metri di diametro che ruota attorno a se stesso. Improvvisamente il tetto si apre, il cielo e le stelle liberano l’ospite.
La camera di Mario Ceroli è invece popolata da mobili-scultura, inclusa un enorme bocca della verità. Lo stesso Antonio Presti, il poeta Dario Bellezza e Adele Cambria hanno composto il loro omaggio a Pier Paolo Pisolini: una porta che si abbatte conduce in un corridoio labirintico, claustrofobico, impastato di paglia e di fango, rimanda alla visione yemenita delle “Mille e una notte”, la grande vetrata sul mare libera lo spirito. Il bagno spezzettato vuol dare l’impressione di un car-wash che purifica e asperga.
Andiamo avanti. Mauro Staccioli accoglie i suoi ospiti tramite uno strettissimo passaggio che conduce alla Trinacria, con un letto triangolare, mentre Luigi Mainotti ha voluto ricoprire interamente le pareti di tanti pezzi di terracotta, un mosaico frantumato che accoglie il letto sospeso.
Le ultime due stanze d’arte sono firmate da Paolo Icaro (“Il nido”, sorta di accogliente conchiglia da cui si intravede il mare) e da Pietro Dorazio e Graziano Marini che hanno giocato con le sfumature cromatiche, ma utilizzando le pareti come quinte e la finestra sul mare come un’invisibile tela.
FIUMARA D’ARTE. UN LENZUOLO CHIUDE LA FINESTRA
Antonio Presti corre dietro alla Bellezza praticamente da sempre. Da quando, giovane ribelle, ha rifiutato la strada imprenditoriale tracciata dal padre per dedicarsi alle sue opere. Che, nate l’una dopo l’altra, hanno formato Fiumara d’Arte, museo en plein air che ha preso corpo in questo lembo di Messinese. Otto mega sculture – oggi in stato di evidente degrado, persino pericolose per il pubblico che, numeroso, le visita ogni anno – che lo Stato, gli enti locali, le istituzioni, non hanno mai amato, arrivando anche alle battaglie giudiziarie per cercare di abbattere le opere, giudicate abusive, come se Presti fosse un qualunque palazzinaro. Il 22 aprile scorso Presti si è stufato dell’indifferenza delle istituzioni e ha denunciato l’enorme stato di abbandono in cui versavano le sculture, firmate da alcuni dei più grossi artisti dei nostri tempi. E, per protesta (attirando su di sé attenzione e telecamere) ha “chiuso” virtualmente la sua opera più nota, quel “Monumento per un poeta morto, meglio nota come la Finestra sul mare” di Tano Festa. La manifestazione di chiusura – un telo blu con su scritto chiuso in molte lingue – ha richiamato sulla spiaggia di Villa Margi un migliaio di studenti, bambini, allievi delle Accademie di Belle Arti, artisti ed intellettuali. Da lì è iniziato anche il braccio di ferro con la Regione, in particolare con l’assessore ai Beni culturali Alessandro Pagano: da un lato Presti che preme per il recupero delle sculture dall’altro gli enti locali che non accettano lezioni, ma non fanno nulla per varare una legge a salvaguardia di Fiumara d’arte. L’idea del museo all’aperto risale al 1983 ma è con l’inaugurazione della scultura di Consagra, il 12 ottobre 1986 che nasce il museo a cielo aperto. Dopo arriverà Paolo Schiavocampo, Una curva gettata alle spalle del tempo, a ruota la Finestra di Festa, che si apre il 24 giugno del 1989, poi la Stanza di barca d’oro di Hidetochi Nagasawa sul torrente Romei, a Energia mediterranea di Antonio Di Palma e al Labirinto di Arianna di Italo Lanfredini. A poca distanza, Arethusa la colorata decorazione in ceramica di Dorazio Marini nella caserma dei carabinieri di Castel di Lucio. In progetto c’erano anche opere di Edoardo Chillida, Fausto Melotti e Arnaldo Pomodoro, ma non vedranno mai la luce.
(MCL)
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