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| Gente
Viaggi |
Lunedì 14 Giugno 2003
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GV
Seduto al tavolo di un'eccellente trattoria nella Palermo vecchia, Francesco
Gallo, insigne critico d'arte nato a Catania e sempre in movimento tra
la sua isola e le principali capitali del mondo, mi racconta del grande
fermento artistico "non organizzato e di un'interessante creatività,
ma molto frammentata" che caratterizza la Sicilia. "Ogni iniziativa
è individuale", afferma, "e rischia di restare un episodio".
Noi di Gente Viaggi siamo andati alla ricerca di quegli episodi, per esserci
prima che si eclissino. E abbiamo scoperto che, per esempio, oggi Catania
è il fulcro dell'arte contemporanea in Sicilia. Abbiamo incontrato
un personaggio che si dedica a disseminare forme d'arte inusuali, con
valore sociale, coinvolgendo interi quartieri che altrimenti non avrebbero
storia. Ci siamo persi nell'incanto dei Nebrodi e di un paesino lì
arroccato che, grazie a un altro mecenate dei nostri tempi, oggi è
una testimonianza architettonica e storica importante. Infine, siamo rimasti
stupefatti percorrendo valli punteggiate di poderose sculture, e dormendo
in alberghi dove le sculture sono camere.
Piazza Stesicoro, Catania. Alle spalle, in leggera salita, si dipana la
via Etnea, asse centrale della settecentesca città di pietra lavica.
Nel centro della piazza campeggiano le rovine dell'Anfiteatro romano,
II secolo. A sinistra, sui balconi di un palazzo molto signorile, spiccano
installazioni fotografiche con una scritta, ripetuta in varie lingue:
"Io amo Librino". È un quartiere periferico a sette chilometri
da Catania: quel palazzo in pieno centro ospita una mostra su Librino.
Sobborgo uguale a quelli di tutte le città del mondo, in realtà
doveva diventare una periferia di nuova concezione, con molte aree verdi,
punti di aggregazione e tutti i servizi. Una città satellite vivibile:
era questo il progetto del 1971, affidato all'architetto giapponese Kenzo
Tange (sue in Italia anche le Torri Bianche del Fiera District di Bologna).
A parte i palazzi, alti e grigi, uniti da portici squadrati o con inserti
circolari, del resto non c'è ombra. Eppure Librino oggi è
un richiamo: i 90 mila abitanti più o meno abbandonati alla loro
sorte hanno fatto di quest'area un laboratorio a cielo aperto. Con l'aiuto
di Antonio Presti.
Lui è un mecenate nato negli anni Cinquanta, anima da poeta, messinese
doc trapiantato a Catania, figlio di un re del cemento. Ereditato il patrimonio
del padre, Presti lo ha scommesso su un'idea: dare al cemento forma d'arte
e restituire bellezza ai luoghi ai quali il cemento l'ha tolta. "Librino
è il simbolo del disagio di tutte le periferie", spiega Antonio
Presti, "ma l'esperienza di questo quartiere dimostra che si può
uscire da tale condizione". Per Presti è più che una
scommessa: "è un atto d'amore". Così, nella sua
casa nel centro di Catania, proprio in quel palazzo di piazza Stesicoro,
ci sono dieci stanze e, in ognuna, una mostra.
La prima, fotografica, è dedicata a Librino. "Lo scopo è
capovolgere l'attuale rapporto tra centro e periferie. È così
che Librino sta diventando il fulcro della promozione culturale e artistica
di Catania", precisa Presti. La casa-museo di piazza Stesicoro è
aperta al pubblico. Senza biglietto d'ingresso. Sette chilometri più
in là, Librino resta tutto l'anno un laboratorio (visitabile) a
cielo aperto: nei cortili, negli scantinati e nelle scuole, gli abitanti
grandi e piccini sfornano opere e progetti con l'aiuto di insegnanti e
di artisti che Antonio Presti raccoglie intorno al quartiere di volta
in volta. Episodi che danno all'arte il potere di raccontare la realtà
della strada. E niente più della strada racconta una città.
"Librino è la Catania contemporanea. Non visitare questo quartiere
sarebbe come ignorare l'identità della città stessa",
afferma Presti. Gli fa eco Lello Voce, uno dei poeti della nuova generazione
tra i più impegnati sulla scena italiana, e che partecipa alle
iniziative di Librino: "Il turismo è utile anche per la pace
sociale: più si viaggia e ci si inoltra fuori dai circuiti classici,
più ci si fa testimoni di realtà".
Oltre l'Etna, i Nebrodi. Si supera il vulcano che domina Catania e qualche
chilometro più a nord si apre un parco strepitoso: i Nebrodi. Il
suo nome in greco significa "cerbiatto", e anche se di questi
erbivori da fiaba non ce ne sono quasi più, il parco ospita 150
specie di volatili e diversi mammiferi, come martore e gatti selvatici.
In questo polmone di vegetazione, di rilievi dolci, roccia argillosa,
fiumi che trovano approdo nel mar Tirreno, a mezza costa di una collina
si aggrappa un paesino fatto di tufo, arenaria e argilla. È Naso,
che dal ventre dei Nebrodi a 12 chilometri da Capo d'Orlando volge uno
sguardo ampio al mare di cobalto sorvegliato dalle Eolie. Naso tra il
'600 e il '700 fu un centro di grande cultura e residenza di famiglie
patrizie.
Girellando per le stradine odorose di zagare, che sbucano su piazze e
terrazze con vista mare, l'incontro è con un'architettura che mescola
finestre del '500 al rigore di facciate del '700, interrotte da svolazzi
barocchi e rococò. Naso non è più da anni tappa di
viaggio. Eppure qui si trova la sintesi paesaggistica, architettonica
e storica di tutta la fascia costiera.

Ci credeva l'imprenditore Giuseppe Joppolo, nato qui e cresciuto a Roma.
Lui ha salvato dal degrado il centro antico di Naso, con restauri e ristrutturazioni
rispettose. Per amore e mecenatismo. Dentro le mura si susseguono palazzi
con facciate basse ornate da portoni cinquecenteschi in pietra tufacea
color ocra, mescolata alla griglia arenaria. Di tutto affascina la nobile
semplicità. Oggi l'eredità di Joppolo è stata raccolta
dalle figlie Michela e Francesca che hanno deciso di aprire le porte di
alcune dimore restaurate dal padre, per offrire soggiorni a turisti che
apprezzino la raffinatezza e i dettagli aristocratici degli arredi. Senza
contare che Naso ha anche la sua spiaggia: a otto chilometri dal paese,
ciottoli e mare trasparente.
Fiumara d'Arte, a destra della statale 113 in direzione Palermo. È
il parco di sculture più vasto d'Europa. All'ingresso una finestra
di cemento blu, opera di Tano Festa, crea un grandioso gioco visivo tra
cielo e mare: uno sguardo sull'infinito. Da qui in poi, nel greto del
fiume che risale la valle dei Nebrodi alle spalle di Tusa, è un
susseguirsi di imponenti sculture realizzate in cemento da artisti di
livello internazionale. La più nota è Energia Mediterranea
di Antonio Di Palma, vicino Motta d'Afermo: in cima alla collina spunta
un'onda azzurra. Saliteci. Nelle vicinanze di Castel di Lucio domina la
valle Il labirinto di Arianna, una scultura di Italo Lanfredini, dove
perdersi tra profumi mediterranei. Artefice di Fiumara d'Arte è
ancora Antonio Presti, così come lo è dell'hotel Atelier
sul Mare di Castel di Tusa, un albergo anni Settanta all'ombra del trecentesco
maniero di un paesino come tanti.
Presti dice che, per apprezzare l'arte, non basta guardarla: bisogna viverci
dentro. Se a Fiumara nelle sculture ci si entra, all'Atelier ci si dorme.
Su 40 camere, 14 sono opere d'arte da abitare. Ogni camera guarda il mare,
lo interpreta, lo evoca o invita a scovarlo. Nella stanza realizzata dallo
scultore Fabrizio Plessi, pareti di porte in legno, immagini di mare su
sei video davanti al letto, e il mare vero dietro un'unica finestra nascosta:
l'ospite dovrà scoprirla. Raul Ruiz, invece, ha messo un letto
girevole dentro un cilindro nero con un tetto che si apre, scoprendo il
cielo stellato. Sono stanze dove l'unione di materia, forma, natura e
bellezza rendono lo spazio sacro. E quando si esce per passeggiare sulla
spiaggia di ciottoli, subito lì a portata di mano, l'esterno pare
un'estensione dal luogo abitato. L'Atelier è un esperimento che
va avanti da anni, tra molte difficoltà con le istituzioni locali.
Ma all'Atelier, in un angolo su una parete della hall, si legge: l'arte
è un'avventura che è capace di vivere solo chi accetta di
rischiare.
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