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| Il Manifesto |
Sabato 04 Gennaio 2003
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VISIONI
Una casa museo sotto l'Etna
Arianna Di Genova
A Catania nel quartiere periferico di Librino, sorge uno speciale
albergo per viaggiatori fantasiosi, con stanze d'artista e immagini poetiche.
Da Xhafa agli Stalker, ognuno ha lavorato con le comunità presenti
sul territorio.
Sotto l'Etna che zampilla fuoco è esplosa un'altra energia dalla
forza "EXTRA-ordinaria", come recita il titolo dell'iniziativa
(aggettivo declinato al maschile, per la verità). È una
casa-museo nata in un quartiere difficile come il periferico Librino,
zeppo di caseggiati-dormitorio, che ha accolto "stanze" di artisti
(ma anche letterati) realizzate insieme agli abitanti - i bambini e le
loro scuole - e le comunità etniche presenti sul territorio. Il
progetto che ha modificato il volto di piazza Stesicoro è stato
voluto dall'Associazione Fiumara d'Arte ("patron" Antonio Presti)
mentre la direzione artistica dei lavori è stata affidata a Paola
Nicita e Teresa Macrì.
"Librino sarà lo spazio del contemporaneo", dice Presti,
già papà dell'Atelier sul mare, delle celebrazioni della
festa di Sant'Agata con la scultura in cera di Armando Pomodoro e il treno
dei poeti. E proprio qui, in un panorama desolante fatto di casermoni
affollatissimi (novantamila le persone che abitano nel quartiere catanese),
si sono alternate le voci della poesia, del cinema, e della musica per
riscattare dall'abbrutimento un "suburb" dai ritmi disumani.
In continuità con il tentativo di una rinascita che sembra impossibile
- ma il bello della sfida utopica dell'arte è tutto lì -
sbarca a Librino un'opera collettiva in grande scala, quell'albergo per
viaggiatori fantasiosi, pronti ad attraversare tradizioni e luoghi per
approdare altrove, magari concedendosi il sonno dentro il letto di legno
grezzo che rimanda alle casse usate per il trasporto merci.
A proporre il talamo claustrofobico, quasi una gabbia inchiodata in modo
precario e in fretta, è Sislej Xhafa, artista albanese trapiantato
a New York ma pronto a Catania a collaborare con la comunità filippina.
Niente costruzioni o installazioni virtuali né digitali: qui nel
mondo di Stesicorea tutto è potentemente reale e si può
toccare con mano. Per la stanza "Andata e ritorno" di Xhafa
le pareti, rivestite di pancali, sono dipinte di giallo limone e c'è
anche un lampadario in stile moschea. Alle finestre, penzolano tende cucite
con camicie da lavoro bianche: il set è una chiara allusione al
transito e allo spostamento degli immigrati.
Camere intime e familiare, con immagini-ricordo e quadretti ricamati è
l'opera di Agnese Purgatorio, fotografa che ha lavorato sintonizzandosi
sulle onde della comunità latino-americana. Ecco allora una Maternità
peruviana, ex voto avvolto in drappi color cielo, accompagnata da un "pezzo"
di quotidianità cocente: vicino ad ogni fotografia - in bagno campeggiano
tocchi di carne cruda - ci sono delle piccole teche che conservano polvere
di lava, reliquie di una natura non ancora addomesticata, madre-terra
capace di ribellarsi ai suoi abitanti.
Gli Stalker hanno preferito operare nella zona di transito, l'ingresso.
"Import-Export" è un bazaar allestito con l'aiuto dei
curdi che vivono a Catania. La merce proviene dal Kurdistan - dolci, riso,
burgul - e il percorso che quel cibo ha fatto per arrivare fino in Sicilia
è documentato da un video in lood. Al centro della stanza, un tappeto,
dei cuscini e un tavolinetto invitato a fermarsi per una tazza di the
e due chiacchiere. Intorno, tutte foto di paesaggi del Kurdistan, per
rendere visibile l'invisibile della Storia politica.
Marco Samoré ha frequentato le case degli immigrati dell'est, soprattutto
le abitazioni dei lavoratori polacchi. Colpito dagli oggetti d'affezione
che ogni famiglia sceglieva come "santino" della sua quotidianità
sradicata, ha scattato delle fotografie - una bottiglia di vodka ma c'è
pure Sant'Antonio da Padova così come il libretto della prima comunione
- che poi sono andate ad arredare la sua camera di Stesicorea. Tra gli
"architetti" del suggestivo hotel, figura anche la coppia napoletana
Bianco & Valente che hanno collaborato con i maghrebini. Hanno chiesto
a vari rappresentanti di scrivere quali fossero i loro sogni arrivando
in Italia e quei desideri sono finiti stampati - in francese, italiano
e arabo - su un nastro di rafia bianco lungo circa 1000 metri che avvolge
la rete di ferro del letto. Lo "scacco" tra l'immaginario e
il presente è il tema conduttore dell'opera "in situ".
Il palermitano Andrea Di Marco ha invece lavorato insieme alla comunità
indiana. Così, nella casa-museo, c'è un suq speziato al
curry e alcune tele dai toni iper-realistici riproducono immagini metropolitane
di Catania, con i suoi vicoli, il suo traffico impazzito.
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