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LE IDEE. Il grande equivoco dei musei a Palermo.
Un giorno o l’altro bisognerà pure enumerare tutti i musei che sono stati proposti a Palermo negli ultimi dieci o quindici anni, da quando cioè, in ritardo come sempre su altre realtà, anche in Sicilia si capì che la politica culturale poteva essere una buona vetrina promozionale; anche a costo di schiacciare tutto sull’effetto annuncio, dimenticando il resto, o di ridurre ipotetici musei dalla presentazione altisonante a quattro (o poco più) oggetti sistemati alla meno peggio in locali di fortuna. Andando indietro nel tempo si ricordano, ad esempio, un museo della stampa da alloggiare (nemmeno a dirsi) ai Cantieri culturali alla Zisa, di cui si è persa traccia quasi subito; il Museo dell’Islam (nientemeno), raccattato alla Zisa con pochi reperti, e tutti posteriori alla dominazione islamica in Sicilia; un museo del mare da collocare all’Arsenale; un museo dell’ArtNouveuau siciliano, con sede preferenziale al Villino Basile, anche se nessun censimento iniziale di quanto sia ancora acquisibile è stato mai svolto; un museo d’arti decorative all’Oratorio dei Bianchi, della cui volontà istituzionale rimangono gli stucchi serpottiani tristemente adagiati a prendere la polvere da almeno un paio d’anni; e infine il Museo della Città, quello che per vocazione storica potrebbe convogliare e riassumere i precedenti, virtualmente ramingo per spazi e monumenti senza che nessuna delle amministrazioni che se lo sono intestato abbiano mai provveduto a ipotizzare un abbozzo scientifico, le necessità espositive, le risorse finanziarie. Sino ai due exploit finali: il museo (breve puntatina fuori Palermo) che ospita a Mazara del Vallo il Satiro danzante in compagnia di qualche ancora, ricavato nella chiesa di Sant’Egidio, inaugurato nemmeno due anni fa con una spesa superiore ai due milioni di euro e già adesso dichiarato inadeguato (e quindi da rimpiazzare con un altro museo) dall’Assessore ai Beni Culturali Alessandro Pagano; e naturalmente il Museo d’Arte Contemporanea a Palazzo Sant’Elia affidato dalla Provincia a un accordo con Guggenheim, durato poco più del tempo necessario a un’inaugurazione elettorale e poi naufragato tra imbarazzati silenzi, con un danno d’immagine sulla capacità di gestione e programmazione delle strutture culturali che non sarà facile recuperare. Una città museo tutta sulla carta, con stranianti effetti di emulazione a catena (l’esempio più curioso? Un museo delle carrozze riunito nelle casupole dietro la Cattedrale). Nel frattempo i musei, quelli veri, rimangono chiusi per decenni (come il Diocesano, riaperto ancora solo parzialmente); non riescono neppure ad aprire, come quello del teatro Massimo, o minacciano di chiudere, come è il caso della Galleria regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis, che dal 2006 dovrà serrare il portone per almeno due anni a causa di opere di ampliamento e adeguamento degli impianti mandando in tournèe (a quanto pare) i pezzi più pregiati, come la “Annunciata” di Antonello al Metropolitan di New York. Intendiamoci: i musei chiudono per lavori – è successo recentemente al Moma di New York , che ha per alcuni mesi fatto viaggiare parte della propria collezione in Europa – ma in condizioni di assoluta garanzia sui tempi e sulla congruità dei finanziamenti erogati. E in questo caso sarebbe almeno opportuno utilizzare come spazi espositivi alternativi due complessi di proprietà della stessa Regione, come l’Albergo delle Povere (lo scorso anno fu rimosso qualsiasi ostacolo per esporre il “Ritratto di ignoto” sempre di Antonello del museo Mandralisca, in ossequio ai desiderata di Vittorio Sgarbi) o palazzo Riso, la cui messa in opera degli impianti di climatizzazione e sicurezza si sarebbe dovuta effettuare (così ci era stato detto) grazie al finanziamento che aveva portato nella città meridionali qualche scampolo di Biennale veneziana. In parallelo Comune, Provincia e Regione, in una città come Palermo che solo adesso sta per risolvere il quasi secolare problema della sede definitiva della Civica Galleria d’Arte Moderna, il know-how museale: cos’è il museo, quali i criteri delle raccolte e la loro omogeneità o differenza, i costi e le modalità di gestione, quale la sua necessità (di conservazione e valorizzazione) e il suo pubblico, reale e potenziale. Sapendo naturalmente che i criteri possono modificarsi nel tempo, e che soprattutto nel contemporaneo l’attrattiva del contenitore come segno urbano qualificante e le attività espositive temporanee gareggiano, quando non hanno addirittura il sopravvento, con l’importanza delle collezione permanenti. Nel caso dell’iniziativa promossa da Antonio Presti per la valle dell’Oreto, che nei prossimi quattro anni dovrebbe diventare sito mussale di sculture e installazione all’aperto, l’ottica è già differente: come già era avvenuto nel caso del quartiere catanese di Librino, Presti ha acceso i riflettori su una realtà di degrado puntando, per il suo recupero, sull’apporto dell’arte contemporanea ma soprattutto su una riappropriazione dal basso (a Catania gli abitanti del quartiere, a Palermo in particolare le scuole) del territorio. Piuttosto che un museo, un parco d’arte concepito come occasione di riscatto per un ambiente che è stato, sino ad alcuni decenni fa, uno dei luoghi più belli di palermitano (basterebbero, a testimoniarlo, alcune vedute ottocentesche in cui la foce del fiume è pressoché irriconoscibile rispetto ad oggi). Il primo accordo è stato firmato ieri con la Facoltà di Architettura e il Comune di Altofonte, presto dovrebbero seguire quelli tra i comuni di Palermo e Monreale a cui è demandata l’istituzione del Parco dell’Oreto. E qui sorgono i primi dubbi sulla organicità dell’iniziativa: perché proprio a ridosso della foce del fiume, che dovrebbe essere uno degli accessi privilegiati al parco, il Comune e l’Ente Porto hanno il progetto di varare il porticciolo turistico che stravolgerebbe l’assetto della costa modificando uno dei punti di ripresa canonici del vedutismo Sette e Ottocentesco.
Sergio Troisi
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