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INCONTRO AL CARCERE DI BICOCCA Quando la poesia allontana il dolore
Maria Attanasio e Vivian Lamarque incontrano i detenuti per il progetto «Il pane non si butta»
Stanno in silenzio, dietro banchi da scolaretti, loro che hanno la fede al dito e qualche capello bianco. Guardano gli spot dei bambini di Librino e bevono le parole degli ospiti, assetati di incontri, così scarsi dietro le sbarre. Alla casa circondariale di Bicocca si parla di poesia, si ascolta la voce dei poeti. Maria Attanasio e Vivian Lamarque si raccontano, spiegano che cosa significa, per loro, poesia, e ne leggono alcune delle proprie. Essere qui è una scommessa di Antonio Presti, è parte del progetto «Il pane non si butta» volto alla riscoperta del valore della persona, contro il consumismo, gli sprechi, le discriminazioni e le ingiustizie che ne derivano. Presti è qui per presentare il «Museo dell’immagine» che vuole realizzare a Librino utilizzando le pareti cieche di oltre cinquanta palazzi, spazi dove proiettare gli spot dei bambini, i loro volti e altre immagini di bellezza. Sarà il primo museo virtuale all’aperto e lo vuole donare alla Casa circondariale di Bicocca perché a gestirlo siano anche i detenuti in uscita. Una possibilità di lavoro e di riscatto, un modo per mostrare che la conoscenza e la cultura possono cambiare la realtà. E anche gli incontri e i confronti possono farlo. Vivian Lamarque, con il suo caschetto biondo e gli occhi dolci, va subito al cuore del discorso. «La poesia nasce dal dolore, dal bisogno di allontanarlo. Molti di noi hanno cominciato a scrivere poesie per togliersi un sasso dal cuore». Lei ha cominciato a dieci anni, quando ha scoperto che di mamme ne aveva due, lei che aveva perso il padre adottivo a soli quattro anni, che per sconfiggere la solitudine, a tavola, parlava con la signora forchetta e il signor coltello, lei che si fece bella, a diciannove anni, per il primo, deludente, incontro con la madre naturale. «Non solo il dolore, ma anche il bisogno di comunicare spinge a scrivere, e a scrivere poesie». Per Maria Attanasio la forza della scrittura è la capacità di andare al di là del muro della solitudine, fisico o psicologico che sia, «per questo ogni parola, in poesia, può essere detta». I detenuti lo sanno bene, loro che, forzando il proprio pudore, affidano alle lettere l’unica possibilità di un rapporto più intenso, più forte. Loro che hanno scelto di frequentare le scuole superiori per coltivarsi e che chiedono di migliorare ancora acquisendo anche le tecniche di scrittura. Loro che ringraziano gli ospiti per la loro presenza e chiedono a chi sta al di là del muro di non dimenticarli, che chiedono alle istituzioni di essere più vicine, che sperano che molti altri vogliano conoscerli, convinti che si ripeterà quanto avviene con le loro professoresse. «Il primo mese tremano come foglie, poi, quando ci conoscono, non vogliono più andare via».
PINELLA LEOCATA
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