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Nei Nebrodi un patrimonio “aggiunto”
In tempi recenti si è registrata una positiva inversione di tendenza nella politica di gestione dell’Arte Contemporanea nel Sud del Paese, finalizzata a recuperare il gap nei confronti delle regioni settentrionali, già dagli anni ottanta affiancate ai centri europei culturalmente più avanzati e almeno qualitativamente competitivi nei confronti di un mal supposto assoluto predominio statunitense nel settore. Si va peraltro affermando il ruolo non secondario della Sicilia, dove si concretizzano vieppiù iniziative pubbliche e private di spessore e si colgono significativi segnali in particolare nelle vivaci e catalizzanti Palermo e Catania. Fino ad oggi infatti l’immagine internazionale dell’Isola, nell’ambito del contemporaneo, era affidata a due operazioni sul territorio di forte impatto emotivo, quali Ghibellina Nuova, Città – Museo che annovera opere di Consagra, Melotti, Pomodoro, Rotella oltre al notissimo Cretto di Burri, sorto a celare le macerie del vecchio centro trapanese e nella provincia di Messina, il Museo all’aperto di Fiumara d’Arte, oggi integrato nello stupendo territorio dei Nebrodi, le cui oggettive valenze paesistiche, naturali ed etno antropologiche risultano impreziosite e, in ragione del sempre vivo interesse dei media internazionali, veicolate ad alternative fasce di pubblico. Nella querelle suscitata agli esordi della iniziativa di Presti, fra le ragioni di dissenso culturale più obbiettive e condivisibili si erano contraddistinte quelle in ordine alla ingerenza e paventata incompatibilità delle megasculture in cemento in rapporto al patrimonio “colturale e culturale” dell’area. In realtà, alla luce dei risultati oggettivi e come giustamente osservato da L. Barbera l’operazione non si può etichettare come episodio di Land Art, corrente che individua il proprio obiettivo nel mutare i segni dell’ambiente attraverso la creatività artistica, riscattandone il degrado, se è vero che oggi le installazioni conferiscono “valore aggiunto” alla innegabile pregnanza paesistica dei luoghi. Il Testamento morale di Presti che auspicava il 16 giugno del 2000, a conclusione delle note vicende di natura legale amministrativa e previa la risoluzione di ogni pendenza burocratica, la demanializzazione delle sette opere all’aperto, al fine di assicurarne la tutela, radicandole per sempre e di fatto alla Sicilia ed alla sua poliedrica cultura, è sembrato avviare nuove consapevolezze. Tappe di un ideale itinerario che comprende strutture permanenti (l’Atelier sul mare a Tusa con il vicino Laboratorio di Ceramica e il “Muro della vita”, tra Castel di Lucio e Ristretta, ornato dalle creazioni di quaranta artisti) e medianiche iniziative temporanee (le manifestazioni promosse dall’Associazione, come il Museo Domestico di Pettineo, i Concorsi d’idee, fra i quali va ricordato quello vinto da Franz Stayer nel 1991 per una scultura simbolo dei corsi d’acqua del territorio, le interessanti esposizioni dedicate a Toti Garraffa, Stefano Fogato e Francesco Carbone), le sette opere all’aperto sono state realizzate da artisti di chiara fama in un arco di tempo che va dal 1983 al 1989, lungo il tracciato del fiume Halesus, oggi torrente Tusa, che vede la competenza di cinque comuni della Provincia nebroidea (Tusa, Castel di Lucio, Ristretta, Reitano e Motta d’Affermo) e del demanio marittimo e fluviale. In contrada Barilotto, proprio alla foce del torrente, venne avviata nel 1983 la realizzazione del suggestivo progetto di Pietro Consagra (Ma zara del Vallo, 1929). L’artista di recente scomparso, propugnatore dell’attualità dell’espressione plastica, in antitesi con le convinzioni martiniane, forte di una giovanile adesione al gruppo “Forma” ed agli ideali del più rigoroso astrattismo geometrico, nonché di una costante elaborazione di tecniche e materiali, concepisce la sua opera, compiuta nel 1986 ed intitolata “La Materia poteva non esserci”, in due facciate parallele di cemento, in contrapposto cromatico, alte 18 metri, “valendosi degli spazi vuoti come di elementi plastici”. “Un paravento o un diaframma posto tra la realtà esistenziale ed una più misteriosa e nascosta realtà immaginaria”, secondo una definizione presa a prestito da G. Dorfles, che oggi si innesta fra i piloni del moderno viadotto autostradale. Nel 1988 videro la luce nel Comune di Castel di Lucio le opere di Paolo Schiavocampo (Palermo, 1924), esponente dell’astrattismo italiano e come Consagra astratto negli anni giovanili dalle tematiche sociali del movimento realista, ed “Il Labirinto di Arianna” di Italo Lanfredini (Sabbioneta, 1948). Se l’ “idolo” di Schiavocampo, denominato “Una Curva gettata alle spalle del tempo” o anche “La Frana” documenta il più recente interesse verso tematiche ispirate dalle culture e civiltà primigenie, la spirale di cemento in contrada Santuario dalla cromia terragna, conducente dal simbolico introito all’ “antica sorgente” costituita da una lucente lastra metallica posta nella celletta sotterranea, attesta l’adesione del Lanfredini ai temi della Madre Terra e del mistero della fecondazione. Nel 1989 il canadese Antonio di Palma (1963), definito dalla critica un post-minimalista, elabora la sua “Energia mediterranea” per celebrare le vittime di Piazza Tienammen installando nel territorio di Motta d’Affermo, su una panoramica altura una sinuosa “architettura a capanna”lunga venti metri e dipinta di blu ottanio. Lo stesso anno vede materializzarsi “Arethusa”, decoro in ceramica della Caserma dei Carabinieri di Castel di Lucio, affidato a Pietro D’Orazio (Roma, 1927) con la collaborazione di Graziano Marini (Todi, 1957). Nelle nette campitura geometriche rivivono quelle tipiche raffinate textures di D’Orazio, dove il colore si nutre di luce “con una limpidezza timbrica che rivela la conoscenza di tutto il percorso dell’astrattismo” come sottolinea il critico G. Ballo. L’opera ripropone il tema dell’ “architettura ornata” nell’ambito della ricerca orientata verso la sintesi delle arti, uno dei fondamentali argomenti del manifesto programmatico del MAC (che peraltro produsse un interessante filone anche nella Sicilia orientale) con il cui nucleo milanese l’artista mantenne strettissimi rapporti negli anni della formazione ed alla base degli orientamenti che lo videro fra i protagonisti del Gruppo romano Forma I. Il bozzetto della “Finestra sul Mare” era stato elaborato nel 1971 dal romano Tano Festa (1938-1988), uno dei massimi esponenti della Pop Art italiana con Mario Schifano e Franco Angeli, dopo le rivelazioni rivoluzionarie del padiglione statunitense allestito alla Biennale veneziana del ’64, che comunque attecchiscono su una sensibilità già educata alle varie tecniche neodadaiste e surrealiste. Prima della sua scomparsa l’artista progettò, in memoria del fratello Francesco Lo Savio, l’ingrandimento in scala della maquette originaria, che avrebbe raggiunto nella realizzazione in cemento sulla spiaggia di Villa Margi in Reitano, un’altezza di venti metri, tale da poter essere goduta anche durante il transito sulla provinciale. La cornice alta 18 metri, in cemento armata ed armatura ferrosa, dipinta in azzurro e, ornata dalle tipiche candide nuvolette ricorrenti nel repertorio dell’artista, rivolta ad ovest e contrassegnata da un parallelepipedo nero che l’attraversa organizzando il rapporto terra mare, ripropone il significato attribuito anticamente alla sua funzione prospettica di inquadramento e mediazione di un frammento di infinito (D. Filaccia, 1989). Nel giugno del fecondo 1989 veniva ancora completato il lavoro di Hidetoshi Nagasawa (Tonei, Manciuria, 1940), “La Stanza di Barca d’oro” nella Valle Romei di Tusa: un vano ipogeo introdotto da un vestibolo sotterraneo di 35 metri rivestito di lastre metalliche, nel quale si evidenzia la sagoma in ottone di una barca capovolta raccordata al suolo dal suo albero maestro in marmo rosa. L’inaugurazione che avrebbe dovuto concludersi con il seppellimento dell’opera “per desiderio di silenzio e per fare ritornare alla madre il corpo mentale della memoria” venne interrotta dalla notifica di un provvedimento di sequestro. L’opera fu sigillata successivamente (il 16 giugno del 2000) nel corso di una suggestiva cerimonia che finalmente compiva, suggellandolo per trasmissione ai posteri, l’iter di Fiumara d’Arte, nella prospettiva dell’avvio delle iniziative catanesi di Presti. In realtà il ciclo è tutt’altro che concluso, finché è avvertita, anche dalle istituzioni pubbliche, in atto impegnate nella risoluzione dei problemi legati alla tutela ed alla valorizzazione del Parco, l’esigenza di preservare le opere all’aperto “scolpite” nella memoria collettiva e nella storia degli impervi Nebrodi, finché saranno fruite dai tanti incantati ospiti le stanze dell’Atelier, immaginate da Ceroli, Plessi, Icaro, Curcio e Ferrari, lo stesso Nagasawa, nonché gli ambienti comuni disseminati da arredi, dipinti e sculture di Canzoneri, Otera, Linoni, Perilli, Nappi, Candido, Dompè, Caporossi.
Caterina Di Giacomo
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