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Eva
di Stefano

La stanza di barca d'oro (!990) Hidetoshi Nagasawa
Attesa.
E' il 1945. In un porto della Cina verso il Mar del Giappone un
bambino di cinque anni aspetta la barca che dovrà portarlo in salvo
insieme agli altri profughi dalla Manciuria attaccata dai russi.
Dopo la fuga, un anno a piedi attraverso la Cina, il gruppo di duecento
civili giapponesi, soprattutto donne e bambini, si è spaventosamente
assottigliato, ogni giorno c'è qualcuno che muore di fame e stenti,
e il bambino sa che, ogni qualvolta si addormenta, al risveglio
troverà un nuovo cadavere accanto a sé, è stato così con i due fratellini
e con tanti altri, e ogni mattina prolunga il dormiveglia, non apre
gli occhi per non vedere la morte che lo circonda.
"Ogni mattina ancora oggi non voglio svegliarmi- dirà cinquant'anni
dopo - così come allora non volevo addormentarmi. Se dormo, mi dicevo,
vuol dire morte". Eppure ogni sera, su quella banchina logorata
dall'attesa, il bambino riottoso crollava alla fine nel sonno ascoltando
la cantilena della madre, che gli raccontava della barca che sarebbe
arrivata, una barca grande e bella, piena di cuochi e di cibo, e
forse sulla barca ci sarebbero stati anche i nonni e avrebbero mangiato
tutti assieme un gran pranzo giapponese…
Quando la barca arrivò non era né bella né colma di provviste, e
su quella banchina erano sopravvissuti solo in cinque. Il bambino
salì sull'imbarcazione scassata che lo avrebbe portato in salvo,
e conservò dentro di sé come un'impronta il sogno della barca dell'abbondanza,
il maternale antidoto alla morte in un mondo assediato dalla morte.
Paesaggio I nonni abitavano in un grande villaggio contadino a quaranta
chilometri da Tokyo, circondato da risaie e all'incrocio di quattro
fiumi. Era frequente che nel mese delle piogge, a giugno, i fiumi
straripassero dagli argini e inondassero campi e villaggio, perfino
le case di carta e legno finivano per galleggiare sull'acqua, e
per l'emergenza si teneva in ogni casa una barca appesa al soffitto.
Tutto
il paesaggio allora si mutava in un grande lago dove si attendeva
sulle barche, e il bambino restava incantato dalla luce e dall'acqua,
e nel lento sciabordio sentiva la poesia e non la catastrofe, ma
pure avvertiva la tristezza degli adulti consapevoli che il raccolto
era perduto, e lo turbava l'insostenibile mescolanza di bellezza
e tristezza. Quel lago che cancellava ogni profilo e ogni consueto
orientamento era una bolla metafisica, il tempo sembrava fermo e
ogni accadimento sospeso.
Un paesaggio che resta dentro insieme a quell'inesausta ricerca
di atmosfere metafisiche, che ha un ruolo anche nel destino italiano
del giovane artista giapponese, quando approda in Italia per restarvi
dopo il suo lungo e ormai mitico viaggio in bicicletta attraverso
l'Asia, che la musica di Mozart, sentita per caso da una radio in
una strada di Istanbul, lo spinge a continuare verso l'Europa. E
quel paesaggio che coincide con un sentimento del tempo, il tempo-zero,
è tutto racchiuso dentro l'esile profilo di una barca: "Quando mi
sono detto che avrei voluto chiarire questo concetto del tempo,
ho detto barca. Poi ho portato fino a qua questa barca, nella stanza
sul fiume". Il tempo-zero è un puro momento a metà tra il sonno
e la veglia, un istante intermedio in cui la mente lavora rapidamente
e intuisce un mondo diverso da quello di ogni giorno, l'attimo che
sfugge alla misura del tempo e che per questo ci avvicina al senso
della vita, il momento della creatività individuale e cosmica: "Penso
che ogni cosa, le pietre, il cosmo, vive come noi che andiamo a
letto la sera e ci svegliamo la mattina. L'arco del tempo è differente,
la vita anche è differente, ma il ritmo è il medesimo. Forse anche
il cosmo ha momenti di risveglio e momenti di sonno, e forse tra
i due momenti si inserisce il dormiveglia..
Secondo me il dormiveglia è un momento altamente creativo per il
cosmo, che io credo sia nato in quel momento." La Stanza di Barca
d'oro trattiene il tempo-zero e lo condensa: "Ho portato la barca
in questo spazio sul fiume staccato da qualsiasi altra realtà, volevo
infatti creare un'altra realtà indipendente e chiusa, dove non passasse
la luce né ci fossero collegamenti con l'esterno, così che dentro
la stanza ogni categoria e ordine abituale fossero privi di senso,
né destra o sinistra, né alto o basso.

Fiume
Romei
Ho
concepito la stanza come un luogo del galleggiamento, come un viaggio
in un universo indipendente". Incontro "Un giovane ricco sa che
morirà/ egli crea bellezza/ e mi domanda perché/ Io, anch'io sto
morendo…": sono alcuni dei versi scritti da Gregory Corso per Antonio
Presti, il giovane imprenditore siciliano che nel 1986 inizia a
donare opere d'arte al paesaggio della Fiumara di Tusa, come altrettanti
luoghi di culto della bellezza, che è quella del segno umano dell'arte
e insieme quella dell'ampia vallata, della forza aspra delle montagne,
dei piccoli paesi arrampicati sui costoni, di una visione dall'alto
di vastità dove l'occhio si perde fino a incontrare il mare. E'
inizialmente un esorcismo, un pegno da pagare alla morte, che si
trasforma in un percorso di vita. In un luogo laterale rispetto
alla grande fiumara a secco da secoli, una piccola gola riparata
dai tragitti consueti, nei pressi di Mistretta, dove tra una vegetazione
rigogliosa scorre il torrente Romei, Presti che con la sua impresa
realizza il muro di contenimento del pendio vi aggiunge, in basso
dove il cemento è lambito dall'acqua e dai sassi, una cella a cui
si accede da un lungo e basso corridoio, come una sepoltura antica.
Sta giocando ancora la sua partita contro la morte, e, catturato
dall'energia misteriosa di questo luogo, forse vi immagina la propria
stessa tomba. Ma nelle sue intenzioni anche quello spazio ricavato
a margine deve diventare arte, e proprio perché clandestina e celata
alla vista l'opera deve essere concepita come il cuore segreto,
il motore generatore dell'energia che presiede all'intera Fiumara.
Così Presti si mette in cerca dell'artista giusto e bussa a molte
porte prima di approdare nel 1988 a Nagasawa, senza sapere ancora
della meravigliosa coincidenza di un nome che in giapponese significa
"uomo del torrente". L'ombra della morte, che assedia il giovane
siciliano in cerca di un'ancora per la propria inquietudine, accompagna
con naturalezza da sempre l' "uomo del torrente" che, come ogni
vero sopravvissuto, non la teme: è già morto e rinato molte volte
tanti anni prima sulla banchina di un porto cinese, dove ha consumato
tutto il suo bagaglio di paura, e da allora la vita, che avrebbe
potuto non essere, è stata in prima istanza un regalo. Ma, è proprio
quel cerchio d'ombra, che il linguaggio dell'arte trascende e sottende,
a rendere possibile l'incontro e lo scambio.

Fiume Romei
Quando Nagasawa viene in Sicilia riconosce in quell'anfratto di
paesaggio un luogo dell'anima, e nel segreto andito di cemento non
vede, come tutti gli altri, soltanto una tomba, bensì un possibile
spazio della vita e soprattutto l'approdo della barca che si porta
dentro come un salvacondotto e un talismano. Il 24 giugno del 1989
si inaugura la Stanza di Barca d'oro, nata per essere chiusa, ma
l'operazione di chiusura e interramento viene ostacolata dalle autorità
che denunciano il tentativo di occultamento del corpo del reato.
Viene avviato un procedimento giudiziario per la costruzione abusiva
della stanza. L'opera così fino ad oggi è rimasta incompiuta. Visita
Non era facile arrivarvi. Le indicazioni sulla cartina erano approssimative
e, mentre il pomeriggio avanzava, ci perdemmo sulle strade dei Nebrodi
prima di scoprire la via laterale che portava in Contrada Romei.
C'era un piccolo ponte sulla destra, ci avevano detto che era là
che bisognava fermarsi. Il ponte conduceva all'altra sponda del
torrente, dove l'acqua scorreva gagliarda sui sassi nonostante il
principio d'estate, e non c'era altro modo di avvicinarsi all'ingresso
della stanza che quello di strisciare sotto una recinzione di filo
spinato e guadare a piedi nudi il corso d'acqua badando a non scivolare.
Affrontammo il percorso accidentato con lo strano sentimento che
quel bilanciarsi sui sassi malsicuri non fosse che un esercizio
spirituale preparatorio.
C'era
infatti qualcosa di singolare in quell'angolo riparato di mondo,
dove il silenzio era animato solo dal suono d'acqua e di foglie:
una sospensione, un soffio antico, forse l'aleggiare di una remota
carezza. Sembrava che null'altro più esistesse se non quel recinto
sacro e noi due incerti tra l'acqua e i sassi. Non si parlava quasi,
perché in quel posto ogni parola pareva superflua, semplicemente
ci si sentiva come rimpatriati ed era scattata tra noi la fraternità
profonda degli esuli, anche se non avremmo saputo definire né la
nostra patria né il nostro esilio, né il motivo per cui quel luogo
estremo tra le montagne, una piccola gola senza panorama, ci apparisse
protettivo come un grembo. Quando arrivammo all'ingresso seminascosto
nel muro, accendemmo la candela che ci avevano fornito come viatico
all'Atelier sul mare, l'albergo-museo che Presti aveva creato a
Castel di Tusa, e ci inoltrammo a testa bassa e con un po' di apprensione
nella notte del corridoio che portava alla stanza. Le pareti, il
pavimento e il soffitto erano rivestiti di lastre di ferro scuro
che la ruggine aveva cominciato ad attaccare, e così anche tutta
la stanza dove si poteva invece rialzare la testa mentre gli occhi
cominciavano ad abituarsi al buio. Nessun suono proveniva più da
fuori e lì dentro anche il nostro silenzio aveva acquistato un misterioso
spessore, ci si sentiva sicuri e disorientati al tempo stesso, senza
capire più dove era l'alto e il basso, la destra o la sinistra.
E intanto nella luce oscillante della candela brillava il profilo
dorato di una barca rovesciata e appesa al soffitto, non una vera
barca ma la sua essenza, la linea della chiglia, dei bordi e del
timone, una barca smaterializzata che solcava il cielo scuro della
stanza come una culla divina collegata alla terra da una sottile
colonna di marmo rosso. E attorno a quell'albero di corallo la stanza
sembrava lievemente ruotare mentre lo spettro lucente della barca
galleggiava là in alto: quell'albero era l'unico punto fermo, l'orientamento,
axis mundi, la vena entro cui scorreva tra cielo e terra il fluido
della vita. Il suo colore sembrava indicare la rubedo alchemica,
lì dentro probabilmente accadeva quella trasformazione incessante
che culmina nell'oro filosofale, e il mistero della barca ci apparve
più profondo di ciò che attendevamo.
Sentimmo di essere in presenza di qualcosa che era più di una scultura,
aveva a che fare con una dimensione della nostra anima, e ciascuno
di noi protesse nel silenzio il pudore della propria emozione, mentre
all'odore di ferro e di umido sembrava mescolarsi un'altra essenza
indecifrabile, un alito misterioso che più tardi avremmo chiamato
"il profumo del tempo". Se sul torrente avevamo condiviso serenità
e trepidazione, lì dentro eravamo invece soli con noi stessi, eppure
non fu facile staccarsi da lì e tornare all'aperto. Sulla via del
ritorno un tramonto incandescente sul mare prolungò il senso di
irrealtà, così che solo gradualmente rientrammo nella provvisorietà
quotidiana. Di ciò che avevamo sentito non parlammo, non esistevano
parole adeguate, ma prima di andare ciascuno per la propria strada
spezzammo quello che era rimasto della candela in due, a ciascuno
un pezzo per ricordare. Barche Un 'antica tradizione allegorica
che dagli egizi attraverso il mondo greco approda alla cristianità
e all'arte sepolcrale, e che appartiene a culture differenti dalla
Bretagna e l'Irlanda alla Cina e all'Oceania, fa della navigazione
sull'acqua una metafora della vita e contemporaneamente dell'ultimo
viaggio, e dell'imbarcazione in balia degli elementi un'immagine
del destino umano e allo stesso tempo il mezzo di trasporto dei
defunti nell'aldilà. La barca è in definitiva il simbolo di un attraversamento
che può essere compiuto sia dai vivi che dai morti, e come tutti
i simboli è ambivalente: può essere strumento di salvezza o di naufragio,
può rappresentare allo stesso tempo una culla e una bara. Né la
culla-barca che salva Mosè sul Nilo contraddice il valore mortuario
della barca solare che accompagna gli egizi alla dimora definitiva.
D'altro canto il significato del viaggio estremo era l'andare verso
una rinascita, e la curvatura stessa della barca, il suo essere
cullata dall'acqua, connette il simbolo al tema del grembo e della
ninna-nanna materna. La barca è il grembo, "la culla riconquistata"
scrive il poeta romantico Lamartine, "la patria" scrive il filosofo
Bachelard, che aggiunge: "La bara non sarà l'ultima barca. Sarà
la prima barca. La morte non sarà l'ultimo viaggio. Sarà il primo
viaggio. Per qualche sognatore profondo il primo vero viaggio."
E, se nei sogni, nella poesia e nelle leggende, il volto di chi
ci traghetta all'altra sponda può avere allo stesso tempo i tratti
di Caronte e quelli più benevoli di un santo protettore, è vero
anche, come sostiene Balzac, che il quieto dondolare della barca
somiglia all'ondeggiare dei pensieri nell'anima.

La stanza di barca d'oro (!990) Hidetoshi Nagasawa
D'altro canto chi sta disteso sul fondo di una barca sull'acqua
calma si trova, scrive Novalis, là "dove il tempo sospende il volo".
"Niente più luogo, niente più tempo. Nessun punto su cui l'attenzione
possa fissarsi….", scrive Michelet. Immagini poetiche che equivalgono
al "tempo-zero", la dimensione su cui Nagasawa ha fondato la sua
ricerca: la sua barca, allora, è il grembo del tempo. Nel contesto
giapponese la barca è anche e soprattutto dimora, figura dell'abitare:
la barca rovesciata e appesa al soffitto della casa appartiene alla
nozione esistenziale dello spazio di Nagasawa, allo stesso modo
della visione metafisica delle barche immobili sul lago che sostituivano
le abitazioni sommerse e segnalavano la prossima carestia, così
come appartiene alla sua memoria più dolorosa e profonda il miraggio
della salvifica barca dell'abbondanza e il suo legame con la favola
consolatoria della madre e la contemporanea presenza della morte.
Per l'artista giapponese, infine, la barca rappresenta la casa e
il viaggio, un elemento di sicurezza e l'umana necessità di andare
oltre inseguendo una chimera. E la sua capacità di fondere oriente
e occidente, il pensiero di Lao-Tse e quello di Platone, in una
idea e in una forma annoda le ragioni biografiche, la memoria del
proprio dramma e del proprio paesaggio, alla trasversale universalità
del tema simbolico. Se l'idea della barca non fosse dettata da quell'urgenza
profonda che hanno solo le immagini in cui si incardina la propria
vita, non si spiegherebbe la sua continua presenza nell'opera di
Nagasawa, tanto che la sola sequenza delle barche può già indicare
l'intero e ricchissimo percorso della sua scultura verso la smaterializzazione
e la leggerezza antigravitazionale e il senso complessivo della
sua poetica che, nei corsi e ricorsi di un'idea, bilancia presenza
e assenza, pieno e vuoto, sensibile e invisibile.
Tutto inizia nel 1973, quando l'artista realizza Piroga, una canoa
di legno tratta da un unico tronco d'albero alla stessa maniera
dei navigatori primitivi, un oggetto universale e arcano che evoca
"un lungo viaggio di settemila anni", ma, per quanto la canoa sembri
pronta a partire, il suo è un viaggio che appartiene alla mano che
ha scolpito e alla mente e non al regime della possibilità fisica,
perché i remi sono ricavati dallo stesso blocco dell'albero e legati
indissolubilmente alla sua materia: un recupero, dunque, che è contemporaneamente
straniamento, e che solidifica nel legno la misura del tempo. La
Barca successiva è del 1981, uno scafo di marmo bianco che sembra
modellato dall'acqua e che, come un vaso di vita, contiene un salice
piantato nella terra. Nella tradizione dell'Estremo Oriente il salice
è l'albero dell'immortalità, e stavolta il materiale nobile, ma
anche funereo, della scultura, dove il gesto di attingere l'acqua
sembra aver lasciato la sua impronta, suggerisce il tema ciclico
della fertilità e un rapporto simbiotico tra arte e natura che elude
il tempo come limite. Nel 1983 a Monaco la Barca si è già smaterializzata,
è diventata una linea bianca, un geroglifico che iscrive nello spazio
un guscio d'aria: "Quando faccio una scultura, - dice- ciò che si
vede è fatto per ciò che non si vede. Ciò che sta in mezzo e attorno
è molto importante. La mia scultura nasce per suggerire ciò che
sfugge alla vista". Quella astrazione di barca, che nasce dal senso
supremo della forma che Nagasawa possiede e dalla sapienza della
sua cultura d'origine nell'accentare il vuoto e l'incompiutezza,
ricompare negli anni successivi come un'idea platonica, il modello
di ogni barca del cuore e della mente, fragilissima ed eterna al
tempo stesso. "Con la prima barca volevo provare il concetto del
tempo, dopodiché il viaggio della barca diventa sempre più un viaggio
mentale", dice. E nel 1984 l'esile barca naviga sulle pareti di
una galleria milanese tracciando una scia di carta come incrostazioni
di spuma o ali d'angelo, mentre a Tokyo il suo profilo di legno
capovolto e sospeso, secondo il costume giapponese, disegna un'imbarcazione
salvifica da cui discendono tralci di vite in ottone.
Nel 1985, ancora a Milano, lo scafo lineare e precario è rovesciato
e bloccato al soffitto dal suo albero, una canna di bambù con un
tessuto a soffietto che fa da vela, mentre a Madrid è posta a terra
dentro il mistico recinto di Luogo dei fiori che intreccia, come
un inventario di elementi dell'architettura giapponese, materiali
semplici e vari circoscrivendo un'assenza/presenza: qui la barca
è dimora, cuore della casa invisibile. Nel 1986 a Gand la barca
è di nuovo sospesa alla parete esterna di un palazzo con la prua
rivolta al cielo, mentre ad Arnhem, in Olanda, si moltiplica: dodici
profili di barche su un prato sono altrettanti recinti per dodici
alberi, le prue stanno orientate ad ovest, per i giapponesi la direzione
del paradiso. Barche, allo stesso tempo dimora e giardino, ancorate
al suolo dalle radici degli alberi che crescono al loro interno,
e barche funambole che sfidano la gravità galleggiando in sospensione
aerea tra parete e cielo: la duplicità dell'immagine ricorre come
un doppio punto di vista che coincide con l'eterna dialettica tra
viaggiare e stare. Nel 1988 ancora due barche a Milano, al PAC e
nella sede del Credito Milanese, capovolte e sospese a un filo.
E nel 1989 nel parco di Anversa il profilo di ottone dello scafo
cinge un tronco secolare, riproponendo ancora quell'associazione
tra imbarcazione e albero che non solo costituisce l'origine universale
di ogni barca, quella preistoria da cui l'artista era voluto partire
ponendo all'inizio del proprio stesso viaggio una piroga, ma che
appartiene alla tradizione simbolica più antica relativa all' "asse
del mondo", secondo cui l'albero collocato al centro di un'imbarcazione
materializza l'albero cosmico. Un nodo che la psicologia junghiana
del profondo legge come immagine materna, e che avrà una versione
più spettacolare nel 1990 in un'installazione sul lago di Monate,
vicino Varese: un battello di legno al centro del lago con a bordo
un grandissimo albero frondoso, un paradosso metafisico, ma anche
un'isola mobile che concentra l'energia della vita come un grembo
di donna. Nel 1993 Nagasawa sospende due barche gemelle di filo
di ottone che si percepisce appena, una all'interno e una all'esterno
della stessa parete e nello stesso punto della copertura piramidale
del Museo di Mito, progettato in Giappone da Isozaki: stavolta il
viaggio è essere "dentro e fuori" contemporaneamente, è l'ubiquità
del pensiero. Ancora "dentro e fuori" nel doppio orientamento del
Giardino di Abeona, installato nel 1997 a Roma nel Parco dell'Appia
antica, dove i profili luminosi delle barche sospese in alto indicano
una traiettoria opposta a quella del recinto. In questa sequenza
si inserisce nel 1989 Stanza di Barca d'oro, dove già il titolo
fa della barca un personaggio, come la figura di un mito e di una
leggenda antica a cui quello spazio appartiene come una regale dimora.
Uno spazio dove l'essere è reso alla profondità del suo mistero
deve restare inaccessibile, chiuso come la sepoltura di un faraone.
L'opera incompiuta è rimasta invece per undici anni in balia di
ogni profanazione e travisamento, solo adesso è giunto il tempo
di chiudere e consegnare Barca d'oro alla terra affinché possa iniziare
il suo viaggio. Barca d'oro si sottrae alla nostra vista, ma nello
stesso momento essa ritorna visibile a Catania, in un luogo distante
e parallelo dove le barche luminose di Nagasawa galleggeranno come
vere imbarcazioni sull'acqua, a sottolineare la continuità e l'eternità
dell'idea. "Chiudere" infatti è un atto poetico che significa "aprire".
Anima "Nel 1970 ho fatto una mostra a Milano dove ho messo solo
un foglio di carta scritto a macchina con una frase : "Ho scavato
due buchi - uno in galleria e uno lontano- e li ho coperti esattamente
- io vendo dove sono". Non era un'opera concettuale, perché io avevo
lavorato realmente, avevo creato due spazi, nessuno lo sapeva, neanche
il gallerista. Due spazi dove non avevo messo niente e che avevo
nascosto, vendevo solo una busta con la loro dislocazione, vendevo
cioè solo l'indicazione di due buchi invisibili che però esistevano,
un concetto universale". "Oltre alle sculture che sono note, ho
fatto tanti lavori nascosti, senza mostrarli a nessuno e senza indicare
dove, sono opere che cominceranno ad esistere quando qualcuno avvertirà
la loro presenza. Io credo che l'arte è comunicazione, ma l'occhio
può essere una trappola, non è detto che vedere sia sufficiente,
la maggioranza si accontenta di vedere senza guardare realmente,
solo pochi hanno la sensibilità per andare oltre". "Esiste ma non
si vede - si vede ma non esiste. Esistono realtà che non si vedono,
ma non per questo sono meno reali. La Stanza di barca d'oro è molto
reale, occupa uno spazio concreto, continua ad esistere anche se
non si vede. Sentire è più importante che vedere, noi oggi crediamo
troppo in ciò che si vede nonostante il fatto che viviamo circondati
da immagini fittizie. Una volta non era così, visibile e invisibile
erano considerati parti della medesima realtà. Una volta era anche
molto più importante sentire il profumo delle cose prima ancora
di vedere e credere, anche i bambini all'inizio non credono in ciò
che vedono, piuttosto toccano con le dita e con le labbra, sentono
la voce della mamma, e solo dopo cominciano a credere in ciò che
vedono".

"L'invisibile fa capire tante cose, anche quanto il vedere sia un
atto complesso e diversificato. Tanti artisti hanno lavorato sull'invisibile,
magari non sono stati capiti in questo senso, o loro stessi hanno
nascosto questa cosa. Per me la scultura ha a che fare con l'invisibile,
io lavoro sulla parte che non può essere vista, su quell'energia
che si può solo sentire, ma che è il vero senso di una forma". "Il
mondo è un concetto totale, anche la fisica ci dice quanto sia molto
più ampio di ciò che si vede. Un sasso ad esempio viene considerato
morto. Io penso che se non contenesse una "forma", ciò che in Grecia
si chiamava "idea" - e dove c'è idea c'è forma ovvero anima -, il
sasso si disgregherebbe diventando sabbia, come noi quando torniamo
alla terra. E' questa "forma" che dà una particolare vibrazione
ad ogni cosa o persona. Questa vibrazione la si può sentire, anche
vedere, io penso che si possa vedere anche l'anima, io ad esempio
vedo la tua anima". " In Stanza di Barca d'oro c'è la mia concezione
dell'arte come realtà dell'invisibile. A me non interessava che
qualcuno entrando dicesse semplicemente "che bello", bisognava che
la camera fosse chiusa completamente e intatta, senza ruggine il
rivestimento di metallo delle sue pareti, in condizioni perfette
per iniziare il suo viaggio fuori dal tempo. I materiali ovviamente
non sono eterni, anche se nell'oro della barca c'è questa luce di
eternità, è l'idea però - l'anima- che è eterna. La stanza si nega
alla vista, ma così si apre alla sensibilità. Io penso che una persona
sensibile avvertirà in questo luogo, anche senza saperlo preventivamente,
senza avere sfogliato questo libro, una presenza sotterranea che
esiste, un'energia speciale che non è quella di un fantasma, perché
non dobbiamo dimenticare che la stanza continuerà ad esistere davvero,
a vivere come entità fisica. Io credo che possa essere sentita,
così come i rabdomanti sentono la presenza dell'acqua o come si
può sentire il profumo di fiori che non si vedono". Intermezzo "Noi
siamo le api dell'invisibile. Raccogliamo incessantemente il miele
del visibile per accumularlo nel grande alveare d'oro dell'invisibile".
Rainer Maria Rilke "Consider the world a vale of soul making, then
you will know the use of the world". (Considerate il mondo la valle
del fare anima, allora scoprirete a cosa serve il mondo) John Keats
"L'anima è una prospettiva piuttosto che una sostanza, un punto
di osservazione sulle cose piuttosto che una cosa in sé". James
Hillman Sequestro Ci sono ceste di frutta e di fiori sul torrente
il 24 giugno del 1989. L'attrice Maria Monti, accompagnata dalle
musiche composte da Sona Ardontz, recita e canta l'antico testo
della Tavola Smaragdina attribuita a Ermete Trismegisto: "Ciò che
è in alto è come ciò che è in basso, e ciò forma il miracolo di
una cosa sola…Il sole è suo padre. La luna è sua madre. Il vento
l'ha portato nel suo ventre e la terra è la sua nutrice…" Sulla
strada sono già pronti i camion pieni di terra da gettare sull'argine
di cemento per coprire per sempre la stanza e consegnare il suo
cuore di energia alla natura.

Antonio Presti e Hidetochi Nagasawa sigillano la Stanza di Barca
d'Oro.
Ma
il rito viene bruscamente interrotto da un messo della pretura di
Mistretta che sequestra l'opera per impedire " l'occultamento del
corpo del reato", ovvero l'abuso edilizio. Ha inizio la vicenda
giudiziaria della Fiumara, una vicenda per diversi aspetti paradossale
che coinvolge Presti per alcuni anni in processi e condanne, amnistie,
assoluzioni, e che vede schierati al suo fianco la stampa internazionale,
artisti e intellettuali, tra cui perfino l'illustre Federico Zeri
in genere poco tenero nei confronti dell'arte contemporanea, mentre
le istituzioni restano incapaci di trovare una soluzione e di avviare
una sanatoria che acquisisca come pubblico patrimonio le opere d'arte
disseminate lungo la valle e le montagne, e già regolarmente donate
con rogito notarile ai comuni di pertinenza. Ma non può essere donato
ciò che è un frutto di reato, e il giovane Parsifal, il "puro folle"
che, contraddicendo ogni regola del buon senso, ha speso di tasca
sua per donare alla collettività, resta ingramagliato nella stretta
della burocrazia e della giustizia, pur continuando a battersi per
il proprio sogno: trasformare un territorio negletto ed economicamente
depresso in un luogo dove l'arte ritrovi la sua verità, senza essere
merce, e attraverso di essa l'uomo possa riscoprire il paesaggio
e insieme se stesso. Si era già avuta un'avvisaglia di quanto sarebbe
accaduto all'epoca dell'inaugurazione della prima scultura di Fiumara,
La materia poteva non esserci di Pietro Consagra, quando il sindaco
di Tusa, che interviene alla manifestazione insieme a tutti i sindaci
della zona e pronuncia un discorso lodando la generosità e il coraggio
di Presti nell'aprire nuove prospettive alla valle con un museo
a cielo aperto, manda negli stessi giorni un'ordinanza di sospensione
dei lavori, perché senza concessione edilizia.
Da allora ogni inaugurazione è una passerella di amministratori
e politici che lodano e promettono senza mai giungere a un atto
concreto o a un'assunzione di responsabilità nei confronti delle
opere, senza rendersi veramente conto del loro valore anche come
volano economico per l'intera zona.
A scatenare nel 1989 la crociata è l'architetto Gesualdo Campo,
direttore della sezione per i beni paesistici, architettonici e
urbanistici della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali
di Messina, che denuncia la Fiumara per abuso edilizio e occupazione
del suolo demaniale, violazione della Legge Galasso sulla protezione
ambientale, e accusa le opere "di essere avulse per area culturale
di appartenenza (arte concettuale) dal contesto in cui sono inserite
e di mortificare l'opera di secolare appaesamento culturale svolta
sul territorio". Definisce l'intera operazione "incompatibile con
i pubblici interessi" e, dopo un sopralluogo, considera la Stanza
di Barca d'oro una semplice unità edilizia abusiva agli effetti
di legge analoga a un'abitazione. Nella lunga querelle l'architetto
Campo, che dal canto suo autorizza con facilità nella provincia
l'erezione di statue del papa ed eventualmente di Padre Pio, e che
incorre nell'errore di definire "concettuale" ciò che è semplicemente
non figurativo e che nella sua fisicità nulla ha in comune con la
definizione e la corrente dell' "arte concettuale", interpreta la
parte del burocrate integerrimo e pignolo teso a far rispettare
le leggi e perciò in guerra contro l'anarchia del mecenate "fuorilegge".
E per quanto l'ostinazione del funzionario anti-arte appaia quanto
meno grottesca in un contesto contrassegnato dallo scempio edilizio
della costa e dei paesi e dal saccheggio abituale di chiese cinquecentesche
e monumenti storici, perpetrati regolarmente nell'indifferenza,
quando non complicità, delle istituzioni, va detto che l'abuso da
parte di Presti c'era stato, e che la realizzazione delle sculture,
anche se ogni volta regolarmente autorizzata dai singoli comuni,
non aveva seguito la normale prassi burocratica.
Può del resto un sogno assoggettarsi ai tempi lunghi e ai dinieghi
della burocrazia, finire in un ufficio tra le carte e le "anime
morte" come in un racconto di Gogol ? In realtà la questione di
fondo, provocata dall'azione di Presti, era complessa, metteva in
gioco la stessa natura e definizione dell'arte, e necessitava di
risposte altrettanto complesse, più che di atti giudiziari. Come
conciliare il diritto, la regola d'ordine che deve valere per tutti,
con l'arte che è valore di libertà proprio in quanto infrazione
dell'ordine, rottura degli schemi, insofferenza alla regola ? E
se la norma nasce per organizzare i rapporti esistenti, in che modo
è conciliabile con l'arte, che nella sua qualità è sempre tesa ad
oltrepassare l'esistente e a immaginare altre possibilità ? Come
salvaguardare il rispetto della legislazione vigente e contemporaneamente
l'altro diritto, quello alla libera espressione artistica ? E, d'altra
parte, se la legge non prevede in modo chiaro la possibilità di
opere non funzionali sul territorio a quale normativa fare riferimento,
qual'è lo strumento orientativo per definire l' "appaesamento" di
una scultura? L'arbitrio dell'arte va considerato e punito alla
stessa stregua dell'arbitrio speculativo di un costruttore senza
scrupoli ? Una scultura può essere equiparata a una costruzione
edilizia di cui stabilire la cubatura ?

Hidetoshi
Nagasawa
La commissione edilizia è un organo adeguato ad accertare la sua
regolarità ? Perché la soprintendenza, pur senza chiudere gli occhi
sulla trasgressione perpetrata, non ha preso in considerazione neanche
per un attimo la statura degli artisti coinvolti ? Tutela dell'ambiente
equivale ad evitare la sua valorizzazione con la creazione di luoghi
privilegiati di osservazione del paesaggio ? Perché procedere ad
ordini di demolizione anziché alla confisca, che avrebbe fatto passare
allo stato la proprietà delle opere già su suolo pubblico, rendendo
in questo modo effettiva la loro donazione ? Perché non fu mai varata
la promessa sanatoria, di cui il governo regionale è così prodigo
ove si tratti di complessi abitativi, alberghi e villette che deturpano
i luoghi più belli dell'isola ? Ma sarebbe stato dopotutto davvero
giusto applicare alle opere della Fiumara il condono edilizio quasi
che si trattasse di Gela, che nessun condono potrà mai rendere meno
brutta ? Quelle opere erano perturbanti - questa è la verità - perché
gratuite, e in questa insensata dichiarazione a cielo aperto di
non appartenenza, di non sottomissione al regime della politica,
del guadagno e dell'utile, stava il loro scandalo. Nessuno avrebbe
sollevato una questione per i grandi viadotti delle autostrade e
delle superstrade, che violentavano il paesaggio con svincoli le
cui dimensioni e volute apparivano a volte eccessive e pretestuose.
Ma già, quelle erano in regola con la legge, e soprattutto erano
funzionali. "Sì, un abuso c'è stato, - dice Presti - ma non è stato
abuso di materia, ma un abuso di idea, di posizione etica rispetto
alla società. Cosa hanno potuto incriminare uomini al servizio della
materia? Solo l'oggetto, il cemento, l'idea è comunque rimasta intatta,
anche nel segno della violenza e della demolizione non si poteva
infatti decretarne la fine".
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