INTERVISTA AD
ANTONIO
RAVA
D. - Quali sono le problematiche
del restauro delle opere d’arte contemporanea?
R. - Il dibattito sul restauro dell’arte contemporanea è oggi più che mai
problematico e attuale. Una volta stabilita la necessità di
conservare le opere-contro le posizioni che tendono a legittimare il
“diritto a morire” – la prima questione da affrontare risiede nel
definire in quale misura il restauro del contemporaneo debba
riconoscere una propria identità metodologica nella”teoria del
restauro” maturata sull’esperienza del restauro dell’arte antica.
D. - La teoria del restauro di
Brandi può essere applicata all’arte contemporanea e
all’architettura? con quali estensioni del senso?
R. - Brandi distingue materia e immagine e afferma che si
lavora sulla materia per garantire la conservazione dell’immagine.
La materia in sé è composta da struttura e aspetto, e proprio sulla
struttura si può intervenire per garantire la durata dell’opera
fedele a se stessa; anche nell’arte contemporanea quando la materia
pittorica è frutto dell’esecuzione manuale dell’artista, allora non
può essere modificata, rifatta, ridipinta, nemmeno dall’artista
stesso se non per intenti di cambiamento del messaggio. Il lavoro di
riproposizione e reintegrazione, nel caso di lacune accidentalmente
prodottesi, deve allora essere riconoscibile, lasciando il segno di
un restauro con i mezzi che abbiamo a disposizione per le opere
antiche: sottotono, tratteggio, puntinato, diversità della materia.
Non bisogna scordare che la teoria di Brandi è scritta per uomini e
contesti del 1954 e che adesso è necessario adattarla alle nuove
realtà espressive come, per esempio, quelle dell’arte concettuale e
progettuale
D. - Rimangono comunque aperte delle importanti questioni
relative alla specificità del contemporaneo sia per l’uso dei
materiali che per il processo creativo che sta alla base del fatto
artistico ?
R. - Per l’arte concettuale il valore precipuo risiede nel
progetto tipologicamente vicino ad un progetto di architettura e,
come tale, molte opere non prevedono solo una fruizione passiva ma
anche la manipolazione da parte dello spettatore e una interazione
che costringe i manufatti ad essere sempre funzionali. Se l’arte
concettuale è chiamata anche sine materia, come può essere
restaurata secondo i principi teorici di Brandi, che si basano
sull’assioma che si restaura soltanto la materia dell’opera d’arte”?
E se molte opere d’arte contemporanea sono state realizzate “per non
invecchiare” come possono essere restaurate, secondo una teoria che
esige preservazione degli effetti di usura che testimoniano il
passaggio dell’opera nel tempo?
Bisogna quindi distinguere a priori tra opere ripetibili, per
cui il progetto è la parte fondamentale e la realizzazione è
demandata a terzi, come nel caso di Sol Le Witt ad esempio, ma anche
di molti artisti che si definiscono “progettuali” come Mario Mertz,
e opere irripetibili, di cui la documentazione è l’unica
fruizione possibile dopo la loro necessaria sparizione, quando si
pongono come happening ad evento unico come la Land Art, le opere di
Christo. In conclusione sono proprio le parole di Ben Vautier, ma
anche di molti artisti intervistati, che indicano l’essenza del
mantenimento del loro lavoro artistico: è da mantenere costantemente
la funzione principale dell’opera, essenziale per la sua
comprensione, che se è perduta deve essere ristabilita, il movimento
dell’opera di Tinguely, ad esempio, ma anche i parametri olfattivi,
uditivi, sensoriali, l’equilibrio, persino il degrado e la
distruzione dell’opera in quei casi in cui è inteso fin dall’origine
e non è interrompibile come nelle opere di Beuys, quando non si può
arrestare il degrado perché è già compreso nell’atto creativo.
L’uso stesso di materiali anomali, come nel caso dell’opera di Beuys
in cui vi è la presenza di un materiale grasso, quindi instabile e
non rimpiazzabile o nell’opera di Anselmo costituita da una foglia
di insalata tra due lastre di pietra, impone interventi
conservativi di segno opposto. Nel caso dell’opera di Beuys non si
potrà fare altro che lasciare il materiale essiccarsi e nel caso di
Anselmo conservare e “restaurare” l’opera significherà cambiare la
foglia di lattuga con una fresca per mantenere sempre vivo il
messaggio di differenza tra materiale eterno e materiale effimero.
Nel caso del palloncino gonfiato da Manzoni “Fiato d’artista”,
l’opera è in realtà la foto che ritrae il palloncino gonfiato col
fiato dell’artista. Ciò che rimane di materiale è il palloncino
rinsecchito che è un reperto ma privo del fiato di Manzoni, opera
effimera per eccellenza.
D. - L’offerta formativa attuale
ritiene sia in grado di produrre professionalità pronte ad
affrontare la complessità delle problematiche poste dall’arte
contemporanea?
R. - La formazione è complessa
e rappresenta l’ultimo gradino della specializzazione. Esistono dei
corsi universitari all’Accademia di Brera , all’Accademia Albertina
di Torino, a Bologna sulla diagnostica, all’Accademia di Napoli e
le prime esperienze di Palermo. In nessuno di questi casi però la
formazione è compiuta. E’ difficile avere opere su cui intervenire
e inevitabilmente si rimane nel campo della cultura generale. Se
per l’arte antica c’è possibilità di far pratica sulle opere, sul
contemporaneo questa possibilità è estremamente ridotta. Non c’è mai
una produzione seriale tale da poter fare pratica e stabilire una
metodologia unica di intervento e qualsiasi azione deve essere
calibrata e misurata per i danni che può provocare. Ricordo sempre
come esempio una delle prime opere di Pistoletto eseguite su un
supporto riflettente. Durante un intervento di restauro l’opera fu
foderata e l’impressione delle trame della tela annullò l’effetto
riflettente compromettendo irreversibilmente la lettura e il senso
dell’opera che si basava proprio sull’effetto riflettente.
D. - Con quali orientamenti e verso
quali obiettivi dovrebbe secondo lei svilupparsi e completarsi la
formazione del restauratore del contemporaneo?
R. - Quando mi formai io, negli anni 70 e 80 negli Stati
Uniti, doveva ancora svilupparsi una sensibilità nei confronti dell’
intervento di restauro sulle opere d’arte contemporanea. Al mio
ritorno, girando le Gallerie e i Musei più importanti di Roma,
Milano per cercare lavoro,mi imbattevo nello scetticismo creato da
una esigenza ancora non sentita. In quegli anni quindi sono state
create le basi dell’idea del restauro del contemporaneo, è stato
necessario creare il campo nel dubbio che fosse possibile
intervenire. Oggi siamo in una fase diversa, anche se ci sono ancora
opere ritenute irrestaurabili come le supefici lunari di Turcato.
Esiste la sensibilità verso la problematica del restauro del
contemporaneo, che ormai può considerarsi storicizzata, ma non c’ è
un campo d’azione tale da dare possibilità di formazione pratica
tanto quanto quello che offre l’arte antica. Un interessante campo
verso cui spostare la formazione è, a mio avviso, la raccolta dati e
la documentazione. In Italia solo in pochi casi si sta facendo
qualcosa in questo senso. La
documentazione e la raccolta di interviste degli artisti sono oggi
gli unici mezzi a disposizione per avere notizie sulla tecnica e sui
materiali utilizzati nella realizzazione di un’opera e che sempre di
più permetteranno una corretta prassi di manutenzione e di
restauro.
Le trasmissioni di pensiero per il futuro relative all’esecuzione
dell’opera ma anche al restauro, diventerebbero innanzitutto le
risposte alle domande più impegnative per un restauratore su come
operare , su come comportarsi con un dato materiale.Chi meglio
dell’artista può dare indicazioni su come operare sulle opere che
esso stesso ha creato?
Ciò permetterebbe tra l’altro di spostare il campo del restauro a
quello della prevenzione e si aprirebbe cosi uno scenario molto
interessante per la formazione : diventare i “trattatisti” del
contemporaneo che tramandano al futuro la conoscenza dell’arte di
oggi nella sua specificità tecnica e materiale.
D. - L’intervento di restauro
dell’arte antica è già di per sé un intervento creativo da parte del
restauratore, una interpretazione dell’opera. Nel caso dell’arte
contemporanea , l’intervento diretto dell’artista non può
considerarsi un nuovo atto creativo?
R. - Ci troviamo di fronte ad una esecuzione differita.
L’artista che interviene sostituendo un pezzo deteriorato dà luogo
ad un vero e proprio momento esecutivo che si prolunga nel tempo.
La liceità di intervento è però vincolata alla ridatazione
dell’opera,che avviene senza perdere il suo valore originale.
Diventa, quindi, un pezzo della vita dell’opera e come tale deve
essere documentato. Ci sono opere il cui tempo/vita è maggiore e in
cui la prassi della ricostruzione e rivisitazione può essere
contemplata, ed entra perciò a fare parte della storia del manufatto
artistico; altre opere invece il cui tempo/vita è breve e l’opera è
positivamente indirizzata a morire.
La teoria di Brandi qui non ci soccorre perché non ha contemplato e
previsto questo tipo di criteri e anche per il futuro non
sappiamo ancora come affronteremo le problematiche conservative di
contesti nuovi come la computer art e soprattutto la net-art che non
può sussistere se non c’è il contesto della rete a presupporla.
D. - Come è stato il suo incontro
con Presti e come quello con la sua opera e con i suoi progetti?
R. - Sono arrivato a Castel di Tusa all’”Atelier sul mare” e
ho trovato Antonio Presti dietro al banco ad accogliere gli ospiti
dell’albergo. La sua grande semplicità mi ha aperto una sintonia
chiara su quello che sosteneva e pensava, sulla ricerca della
bellezza come riscatto del mondo contemporaneo. Mi sono sentito suo
fratello. Sono stato molto colpito dal Labirinto di Italo Lanfredini
, realtà che dà gioia e rappresenta una curiosa alchimia e dalla
Finestra sul mare di Tano Festa che da lontano ti da una sensazione
diversa , opposta che da vicino: spiazzante, divertente,
intrigante. E le stanze di Nagasawa e quella dedicata a Pasolini da
Presti che mi hanno regalato poetiche notti rimaste nella mia
memoria. Mi è sempre piaciuto sperimentare e toccare l’arte e le
ricordo perché le ho vissute con tutto il corpo e mi sono rimaste
dentro più delle opere che ho ammirato nei musei.
Il mio percorso, molti anni dopo, mi ha riportato a Palermo per l’
impegno con il Centro Regionale per il Restauro, e così avevo
nuovamente l’occasione di ritornare a Fiumara d’Arte di avvicinarmi
con la possibilità di fare qualcosa, di agire oltre che di sentire.
D. - Dopo anni in cui tutte le
sculture di Fiumara sono state vittime di incuria e mancanza di
manutenzione ordinaria e straordinaria, finalmente in occasione dei
Venticinque anni della creazione del museo si interviene sulla
Finestra sul mare di Tano Festa. Che importanza riveste questo
intervento nel panorama del restauro delle archisculture e quale per
la sua esperienza personale ?
R. - Non conosco letteratura
su interventi risolti di questo genere. La scultura di Festa per il
materiale con cui è costruita( il cemento armato) per le dimensioni,
per il contesto in cui si trova (sulla spiaggia vicinissima al mare
esposta all’azione corrosiva della salsedine e degli agenti
atmosferici) presenta delle reali e oggettive difficoltà non tanto
di intervento quanto di soluzione definitiva dei problemi
conservativi. L’obiettivo che mi sono posto per la scultura di Tano
Festa è quello della soluzione definitiva delle problematiche
conservative e della previsione di interventi manutenzione ordinaria
lontani nel tempo e minimali . Il restauro è un evento traumatico
per l’opera e deve essere il più possibile evitato e allontanato nel
tempo. La manutenzione ordinaria e la prevenzione devono essere
l’obiettivo dei restauratori e delle istituzioni preposte alla
tutela.
L’opera di Mauro Staccioli
all’esterno del Museo Pecci di Prato è un esempio della difficoltà
di trovare risposte definitive a problematiche complesse legate al
contesto e ai materiali costitutivi dell’opera, è difficile trovare
una soluzione definitiva ai problemi conservativi e periodicamente
questi si ripresentano.
Lo scopo , ribadisco, è quello di
trovare soluzioni definitive con manutenzioni leggere, in questo
senso le università possono intervenire creando delle
specializzazioni, contattando degli esperti per formare
professionalità e creando una prassi nell’affrontare i problemi dei
singoli materiali.
D. - Antonio Presti, come Lei sa,
sta operando una scelta molto significativa, sta staccando Fiumara
d’Arte dalla sua vita per consegnarLa al futuro attraverso la
formazione e l’educazione alla bellezza delle nuove generazioni
dandole così l’eternità
R. - Sulla base dell’utopia del personaggio Presti si deve
creare un’ utopia anche per la programmazione di un modo di
ricercare e studiare. Abbiamo bisogno di pensiero oltre che di
azione e di pensiero prima dell’azione. L’Italia per la sua storia
deve diventare il luogo virtuoso di coordinamento per tutto il
mondo. Centro anche di un nuovo modo di intendere l’educazione e la
formazione nel campo del restauro del contemporaneo. Antonio Presti
e quello che lui ha creato, Fiumara d’arte e il museo albergo
Atelier sul mare, è giusto che diventino il centro propulsore delle
buone prassi, cantiere didattico che permetta un contatto diretto
degli studenti con l’opera ma nello stesso tempo centro di
documentazione, di coordinamento e collegamento tra le esperienze e
le specializzazioni di tutto il mondo. Vedo quindi la creazione di
un master di alto livello specialistico con esperti provenienti dai
più importanti centri di studio, con contatti con laboratori di
ricerca al fine di creare un bagaglio esaustivo e completo di
esperienze e dare risposte concrete e al passo con i tempi per
tutte le problematiche conservative legate ai materiali usati
nell’arte contemporanea. Questo è il momento in cui tutto si deve
documentare e trasmettere. Presti è l’uomo che vive di percezione
emozionale e per comunicare sensazioni. I ragazzi hanno bisogno di
messaggi di speranza, di valore e per me la giusta via è quella di
fissare l’esperienza emozionale declinandola nel futuro attraverso
la formazione.
(Stefania Randazzo)
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