INTERVISTA A
GIUSEPPE BASILE
D. -
Nell’ambito delle molteplici
problematiche legate al restauro del contemporaneo un esempio di
museo all’aperto come quello di Fiumara d’Arte che scenari apre
rispetto alla metodologia di intervento e ai materiali utilizzati ?
R. - Porsi il problema della conservazione delle sculture
contemporanee all’aperto presenta almeno un vantaggio rispetto alla
ineludibile ambiguità che caratterizza lo stesso quesito qualora sia
riferito al multiforme e,per certi aspetti, indefinibile universo
della produzione “artistica” contemporanea e, in certa misura,
perfino se ci si intende riferire soltanto alla produzione
“plastica” degli ultimi decenni.
Intendo riferirmi al problema cruciale
della intenzionalità dell’artista nei confronti della durata della
propria opera.
So benissimo ovviamente che una
eventuale volontà di segno positivo può contrastare con finalità di
tipo espressivo o che ad essa può non corrispondere la capacità di
impiegare i materiali più idonei (e lascio da parte, per ora,
l’atteggiamento che di fronte ad essa può assumere il committente o
il proprietario): ma credo che si possa sostenere con sufficiente
tranquillità che generalmente le sculture destinate ad essere
collocate all’aperto sono progettate e realizzate per durare il più
a lungo possibile.
Non a caso tra i materiali più
frequentemente usati ricorrono il metallo e la pietra, ritenuti da
sempre tra i più durevoli in assoluto: anche se poi ciò non sempre
corrisponde a verità, almeno a cominciare dal periodo risalente agli
inizi degli anni ’60 soprattutto con il massiccio insorgere del
fenomeno dell’ inquinamento.
D. - Le
condizioni atmosferiche e ambientali come l’inquinamento possono
quindi considerarsi le maggiori responsabili del degrado di
un’opera d’arte contemporanea all’aperto?
R. - L’inquinamento, in realtà, non può essere considerato
l’unico responsabile di fenomeni di deterioramento che ci appaiono
oggi incomparabilmente più accelerati rispetto a quelli che in
precedenza investivano manufatti costituiti dallo stesso materiale.
Bisogna aggiungere almeno la qualità dei materiali e delle tecniche
impiegate per la produzione nonché la correttezza dal punto di vista
conservativo della messa in opera dei manufatti stessi.
Al riguardo l’esperienza offerta dalla
Sfera Grande di Arnaldo Pomodoro risulta particolarmente
istruttiva. Regalata dall’artista al Ministero degli Esteri perché
fosse collocata al centro del piazzale antistante l’edificio assieme
alla fontana di cui era parte integrante nel 1969 già a distanza di
meno di vent’anni, nell’’85, risultava non solo irriconoscibile per
aver perso quelle caratteristiche formali che costituivano il
necessario tramite con l’ambiente e in particolare la capacità di
riflettere gli oggetti all’intorno (l’acqua, il cielo, gli
edifici,gli alberi) ma anche non restaurabile perché la messa in
opera era stata effettuata ignorando ogni esigenza conservativa del
materiale impiegato, il bronzo.
Per ancorarla al basamento era stata
infatti usata una tecnica probabilmente originale, certamente rapida
e poco costosa ma non altrettanto innocua: era stato colato del
cemento liquido all’interno della Sfera, riempiendola per un terzo
circa della sua altezza, da un foro circolare alla sommità del
manufatto che poi era stato chiuso con una lastra a mo’ di
coperchio. In questo modo i fenomeni di corrosione hanno interessato
sia la superficie esterna che quella interna della parete di bronzo
portando l’opera ad un livello di degrado irreparabile come mai
prima di allora era successo a manufatti di età assai più veneranda
costituiti da un materiale proverbialmente duraturo.
In altri casi invece il rapidissimo
deterioramento di manufatti metallici all’aperto si spiega con la
negativa convergenza di materiali costitutivi non adeguatamente
trattati prima della messa in opera e di un ambiente non idoneo ad
una loro buona conservazione.
E’ quanto va accadendo alla maggior
parte della numerosa serie di sculture disseminate negli spazi
aperti della nuova Gibellina. Si tratta di opere di vari artisti
contemporanei, la maggior parte ancora vivente, e che comunque non
risalgono a più di 10 - 15 anni fa. Sono fatti per lo più in lamiera
di ferro trattata con semplice antiruggine prima di essere
verniciati secondo i colori previsti dagli autori e pertanto non
sono messi nelle condizioni migliori per resistere a lungo in
presenza di alti livelli di umidità, quali quelli riscontrabili
nella piana di Salinella. Pertanto quasi tutti sono attaccati dalla
ruggine in maniera più o meno estesa e profonda e la situazione
diventa sostanzialmente priva di soluzioni restaurative allorquando
si è in presenza di manufatti in “scatolato” di lamiera di ferro al
cui interno si siano instaurati fenomeni di corrosione a causa di
infiltrazioni di acqua piovana attraverso saldature imperfette o a
causa di piccole discontinuità nella superficie in conseguenza di
danni meccanici.
In casi del genere ci si deve chiedere
quale sia la conoscenza dei materiali da parte degli artisti
scultori e quale la loro capacità di controllare la bontà di
prodotti di base di tipo industriale se non addirittura di
richiedere che vengano sottoposti a trattamenti tecnologici
altamente specializzati in grado però di proteggerli
dall’aggressività dell’ambiente.
Un intervento di questo tipo è stato
positivamente sperimentato qualche anno fa presso la Galleria
Nazionale d’arte moderna e contemporanea su alcune sculture in
lamiera di ferro di Pietro Consagra (Bifrontale e Muro di
Charleston) mediante sabbiatura (per riportare il manufatto allo
stadio di “metallo bianco”), metallizzazione ovvero zincatura a
caldo a spruzzo, fosfatizzazione e anodizzazione, stesura di un
sottofondo e smaltatura finale mediante smalto poliuretanico. Si
trattava però di un intervento a carattere “curativo”, quando cioè
era già iniziato e progredito il processo di degrado, mentre invece
sarebbe stato assai più utile, in quanto meno costoso e più
efficace, metterlo in opera in via preventiva al momento della
costruzione dell’opera.
D. - La
consapevolezza piena delle caratteristiche dei materiali sia
costitutivi che superficiali (isolanti, vernici protettive ecc) è, a
suo avviso, quindi più valida e auspicabile rispetto ad un
intervento a posteriori?
R. - Naturalmente non si vuole sostenere qui che gli artisti
debbano diventare specialisti in trattamento dei materiali
metallici, ma mi sembra incontestabile che una migliore conoscenza
delle loro caratteristiche riuscirebbe di indubbio vantaggio sotto
l’aspetto della durata dei manufatti, tanto più che - come è
risultato da una recente anche se parziale inchiesta condotta dallo
scrivente - è tutt’altro che diffusa la prassi del controllo e della
manutenzione delle sculture all’aperto, che costituisce certamente
la classe di manufatti più a rischio.
D. - La
prevenzione e la manutenzione ordinaria rimangono quindi i punti
cardine della conservazione delle opere d’arte contemporanea
all’aperto?
R. - Certamente si, soprattutto quando si è in presenza di
opere la cui sopravvivenza può essere garantita soltanto da una
periodica sostituzione della cosiddetta “superficie di sacrificio”,
generalmente strati più o meno consistenti di resine sintetiche,
cere microcristalline e simili dati per proteggere la superficie
dall’azione deleteria dell’inquinamento e quindi per prevenire
l’insorgere o il riattivarsi di processi di degrado.
Bisogna riconoscere d’altra parte
senza remore di nessun tipo che in questo campo (come del resto nel
più generale dominio della ricerca scientifica finalizzata alla
conservazione dei manufatti artistici ) l’attività di ricerca è
gravemente inadeguata anche da parte di quegli organismi cui
competerebbe istituzionalmente - per non parlare dell’attività di
concreto intervento su cui pesa l’alibi della insufficiente
vecchiezza ai fini dell’applicazione delle norme di salvaguardia
della legge di tutela.
D. - Qual’ è
la situazione della formazione di restauratori per il contemporaneo?
R. - Estremamente carente, rispecchiando del resto la
situazione generale di gravissimo ritardo del nostro Paese nei
confronti del contemporaneo.
Di fatto, tolta la neo costituita
sezione didattica per il restauro delle opere d’arte contemporanee
dell’Istituto centrale del restauro e qualche corso o master presso
alcune Accademie di Belle Arti non esiste quasi nient’altro: e
questo appare ancora più preoccupante se si considera che i problemi
posti dal contemporaneo sono incomparabilmente più complessi di
quelli affrontati nel campo dell’arte precontemporanea - sia quelli
tecnico-conservativi, per la illimitata quantità di materiali
impiegati e nelle più disparate condizioni, sia quelli
teorico-metodologici, a causa del venire meno di parametri di
definizione generale. Se si aggiunge poi la quasi assenza di
tradizioni teorico-pratiche e la quasi inesistente attività di
studio, indagini, sperimentazioni, soprattutto per mancanza di
risorse finanziarie, il quadro non potrebbe essere più desolante …
D. - A suo
avviso, in questo momento, si sta già operando per affrontare il
problema e uscire da questa situazione?
R. - Certo, come si è avuto modo di constatare in occasione
della recente iniziativa da parte della Associazione Amici di Cesare
Brandi in occasione del Salone del restauro di Ferrara (Arte
contemporanea oggi in Italia: quale salvaguardia?), la situazione
rispetto a non molti anni fa è decisamente migliorata, c’è un
interesse nuovo, ci sono iniziative da parte di enti pubblici,
istituzionali, ma anche, e diffusamente, privati. Tra queste una
delle più interessanti e qualificanti è senza dubbio quella
progettata da Antonio Presti.
D. - Può
dirci brevemente in che cosa consisterà?
R. - Presti intende rispondere all’esigenza di cui prima
parlavo, cioè di creare occasioni di formazione professionale nel
campo del restauro del contemporaneo, ma legandola in maniera
originale a due caratteristiche, la prima piuttosto rara in quanto
indirizzata in primo luogo a provvedere alle opere di Fiumara d’arte
e dell’Albergo d’artista con attività di controllo e manutenzione ,
la seconda assolutamente unica dato che si pone il problema di come
“educare” alla creazione di nuove opere d’arte
(Stefania Randazzo)
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