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Lucio
Barbera
Se
c'è una parola oggi quanto mai compromessa per i contenuti di cui
si è andata caricando, questa è "sistema". In origine il termine
(da syn - insieme a histànai - porre) aveva in sé
un nucleo fondamentale fatto di progettualità (pratica e teorica)
e di armonia, l'una e l'altra destinata ad un risultato complessivo;
stava cioè ad indicare genericamente una pluralità di elementi materiali
coordinati tra loro in modo da formare un complesso organico soggetto
a date regole: così è per il sistema solare in astronomia; per il
sistema respiratorio in medicina: per il sistema ecocenico in geologia;
per il sistema monetario in economia.
Sotto altri aspetti il sistema può alludere invece ad una pluralità
di elementi astratti coordinati tra di loro: ed ecco allora il sistema
di equazioni in matematica; il sistema elastico in fisica; il sistema
omogeneo in chimica; il sistema fonematica in linguistica; il sistema
etnico in antropologia; il sistema dodecafonico in musicologia.
Ma la parola è servita anche per indicare una pluralità di elementi
coordinati tra loro secondo indeterminato metodo allo scopo di servire
una data operazione e cosi si hanno il sistema metrico decimale,
la scienza dei sistemi e in ragioneria il sistema della partita
doppia , senza contare, nel mondo dei giochi e delle scommesse,
il sistema del Totocalcio cui molti affidano le loro fortune.
A parte infine intenti classificatori che emergono soprattutto nel
campo della mineralogia (dove si parla di sistema cristallografico)
e della chimica (si pensi al sistema periodico degli elementi),
un gruppo teoricamente più alto di significati si ha quando con
il termine ci si riferisce al complesso di teorie, principi, ragionamenti
e metodi logicamente connessi e riferentesi ad uno stesso argomento
o attività. Sotto questo aspetto, a parte il sistema elettorale
che per come si è ridotto non conferisce alcun prestigio alla parola,
bisogna pensare a ciò che accade in filosofia (sistema di idee),
nel diritto (sistema di norme), in matematica (sistema tolemaico)
ed in altri campi della scienza.
Ma
se così è, e basta un superficiale sguardo ad un semplice vocabolario,
per rendersene conto, se cioè il termine ha un suo contenuto concettuale
e razionale predisposto ad un fine, non privo di aspetti etici ed
intellettuali, perché mai, vien da chiedersi, la parola appare oggi
compromessa, al punto da ingenerare non solo legittimi dubbi, ma
fondatissimi sospetti? Purtroppo qui la risposta non ci viene dai
vocabolari ma piuttosto, ed assolutamente eloquente e chiara, dalla
cronaca, dove sempre più spesso, ma mai ancora abbastanza, si parla
di sistema mafioso, sistema dei partiti, sistema degli affari, sistema
delle tangenti ed similia. Cioè, per dir tutto di sistema.
Ecco perché, dopo che la cronaca ha integrato il vocabolario, mi
suscita sospetto ed una certa differenza quella che a suo tempo
(e mi riferisco al 1973) mi era sembrata una lucida teoria quando
si teorizzò appunto il sistema dell'arte. Si trattava della opportuna
rivelazione di un meccanismo in cui erano chiamati ad operare una
pluralità di soggetti (artista, critico, gallerista, mercante, collezionista,
museo, pubblico) ciascuno con il proprio ruolo e tutti insieme predisposti
ad un unico fine, cioè a dire all'opera, sia per quel che riguarda
la sua produzione, che per quel che concerne la sua conoscenza e
la sua diffusione.
Dunque il sistema dell'arte, valorizzando le specifiche competenze
e professionalità, rappresentava una costellazione, una teoria,
un insieme di principi assolutamente valido che poteva servire a
precisare ruoli e finalità a patto di tener ferme alcune condizioni
necessarie; e cioè: la libertà dell'artista che nel produrre la
sua opera indica una sua visione (totale o parziale, drammatica
o ludica) del mondo; la centralità dell'opera che, a parte tutte
le possibili direzioni assunte, a diritto di esistere in quanto
tale (l'arte non è un hobby) solo in virtù della sua qualità, del
senso rivoluzionario che in se incarna e dello sforzo di ricerca
che riassume; la fruibilità (che è cosa diversa del possesso) da
parte di un pubblico sempre più vasto e dunque, in ultima analisi
l'accessibilità dell'arte.
Ma poi qualcosa nel meccanismo si è inceppato, così come è accaduto
ad esempio per il sistema dei trapianti che nelle sue oscene degenerazioni
si è trasformato in un mercato di organi, con tanto di tariffario
e ricatti o per ecosistema che è diventato più che una bandiera
a favore del piccolo mondo che ci ospita, un comodo alibi per oscene
speculazioni e per continui e mortali attentati alla natura che
poi tanto matrigne non deve essere se ancora sopporta noi, figli
indemenziati quali ci siamo ridotti ad essere. E così dopo aver
ammesso che "l'iniziale identità artistica dell'opera acquista un
plus valore culturale, un valore aggiunto determinato dal contributo
solidale degli altri soggetti partecipanti al circuito internazionale
dell'arte", si è concluso che "se precedentemente esisteva, per
vecchi schemi ideologici, una dicotomia abitata da una parte dalla
cultura(artista e critico) e dall'altra dall'economia (mercato e
collezionista) ora per l'alta specializzazione di ogni singolo soggetto
del sistema dell'arte, questo è saltata".
I risultati sono stati devastanti da quando il ruolo trainante del
meccanismo e stato assunto dalla logica del mercato (con la complicità
di una parte della critica, dei media e della pubblicità) con la
duplice disastrosa conseguenza " eclissi dell'opera" e di un quasi
totale distacco tra arte e pubblico. E così dal tempo in cui non
si trovava un critico, un mercante o un collezionista capace di
comprendere la tragica grandezza di Van Gogh, siamo passati allo
squallido sistema attuale in cui critici, mercanti e collezionisti
hanno dato vita ad una consorteria che inventa inesistenti Van Gogh
destinati, prima ancora del loro apparire al museo.

Pettineo - 1 Kilometro di tela
Sono questi i gusti di un sistema che, creando fedelissimi complici,
agisce non sul consenso ma sulla imposizione di un prodotto che,
fondato sulla prevalenza dei luoghi comuni ( una certa critica a
priori), sulla pubblicità( l'occulto persuasore degli imbecilli
che prospera sull'altrui imbecillità) e sul potere economico ( di
quanti col denaro credono di potersi comprare anche una cultura,
sì che dati i tempi che corrono, non è escluso ipotizzare una "laurea
in miliardi" che darà accesso a tutte le professioni e le competenze),
circola come l'unico possibile di un "circolo ufficiale".
Di fronte ad una tal situazione, che trascura completamente quella
che è stata chiamata "Arte Segreta", concetto che "non soltanto
e non sempre coincide con quello di arte sconosciuta", dato che
"in taluni casi segreta sta per nascosta o misteriosa", fatta da
artisti che seguitano a svolgere con attenzione e serietà la propria
ricerca negli studi o in locali di fortuna e comunque lontani dal
clamore dell'ufficialità; di fronte ad una tale degenerazione del
sistema che trascura completamente il fruitore (cosa di cui cominciano
a dubitare gli stessi Custodi del Tempio) e che sta conducendo da
un lato alla "separatezza dell'arte" e dall'altra alla "cretinizzazione
globale" (è questa la conseguenza non prevista dalla globalità del
villaggio intuita da McLuhan), mi chiedo se un tale metodo, imposto
dal sistema ufficiale, risponda davvero ad una generale richiesta
del pubblico, o se piuttosto non sia regolato da una esclusiva logica
di appartenenza con tutto ciò che ne segue e consegue.
Ebbene proprio in contrapposizione ad un tal sistema dell'arte che
ora prospera sui favori, sulle lottizzazioni, sui ricatti, sulle
mazzette e, talvolta, sui letti, si pone l'idea della Fiumara d'arte
pensata e realizzata da Antonio Presti che fu mosso, nel 1983, dall'intenzione
originaria di onorare la memoria del padre con un monumento funebre.
A creare il bozzetto fu Pietro Consagra che chiamò quel piccolo
manufatto "La materia poteva non esserci". Ed invece ci fu, imponente
nelle sue due facce, una bianca e una nera, quasi a simboleggiare
il bene e il male, il vecchio e il nuovo. E nel 1986 alta si eresse
questa straordinaria stele della vita, custode e sentinella della
fiumara di usa, presenza poetica che abita uno spazio ingigantito
dal silenzio assolato e popolato soltanto dalle voci della natura,
del mormorio dell'acqua e dai ciuffi resistenti di ginestre cui
basta poco, anche tra le pietre, per far esplodere il loro profumato
giallo.
Così partì l'idea di un Museo Aperto (e si pensi ad analoghe esperienze
come quelle di Maglione o nel Lago Trasimeno, più che alla diversa
Ghibellina), di un percorso di arte che si sarebbe svolto nei Nebrodi
con una disseminazione di opere nel territorio non intese come sculture
di arredo in scala grande, ma come "idee da abitare", compagne della
natura e dell'uomo, presenze liriche nel quotidiano mestiere di
vivere. Intese, per dir tutto e meglio, come presenze di uso collettivo
chiamate ora a testimoniare non tanto la morte di un uomo, ma la
sopravivenza di un territorio.
Si avviò così il progetto che nasce allo sfociare del fiume Tusa,
tra Santo Stefano di Camastra e Cefalù, con l'opera di Consagra,
risale il cammino del fiume fino alla foce, alla ricerca della vita
(la labirintica "Arianna" di Italo Lanfredini in contrada Santuario
di fronte alla chiesina del Castel di Lucio, tortuoso e faticoso
cammino alla ricerca di sé) e , dopo la catarsi, espressa dalla
purissima sorgente del corso d'acqua arriva a Romei, nella "Stanza
di barca d'oro" di Nagasawa, dove il nero tunnel conduce all'interno
della terra (o della coscienza?) unico porto da cui salpare e in
cui approdare, il luogo che esiste, pur se invisibile, in cui si
trova appunto la barca dell'avventura e del ritorno. Da qui la grande
apertura sull'infinito a Margi, dove la "Finestra sul mare" di Tano
Festa diventa cornice di un quadro che la natura, a suo capriccio
di ore e di stagione, va giorno e notte disegnando. Altre sculture
poi popolano la vallata: l' "Onda mediterranea" di Antonio Di Palma,
"Una curva gettata alle spalle del tempo", imponente spartitraffico
di Paolo Schiavocampo ed altre ne verranno, come quelle di Fausto
Melotti, Chillida, Venet, Stalher e Nino Franchina.
Pettineo
- 1 Kilometro di tela
Accanto al Museo Aperto, con cui si ristabilisce un dialogo tra
l'opera della natura e l'opera dell'uomo, ecco poi nel progetto
globale di Presti porsi il Museo Vissuto o, per esser più precisi,
da vivere che si va realizzando nell'Atelier dell'Arte a Castel
di Tusa dove singoli appartamenti vengono realizzati da artisti
quali Dorazio, Icaro, Nagasawa, Fabrizio Plessi, Bruno Ceccobelli
e Michele Canzonieri. Qui il concetto "antisistema" si sposta, dall'esterno
all'interno, per testimoniare come sia possibile far convivere il
vissuto e l'arte, per affermare cioè la quotidianità dell'arte intesa
non come privilegio di pochi, ma proprio come normale accadimento
che si realizza pur in una semplice stanza d'albergo. Non si tratta
adesso di "abitare l'opera" come diceva Heidegger, e come giustamente
afferma Giò Pomodoro quando inventa i suoi spazi di uso collettivo,
ma è piuttosto l'opera d'arte che abita il mondo, al di là di ogni
paladumento, di ogni separazione.
Ed eccoci adesso alla terza fase del progetto, a quella che possiamo
definire la Domestic Art che punta a rientrare nelle case senza
passare dal sistema, che restituisce all'opera la sua funzione colloquiale
col pubblico. Qui, a Pettineo, si svolgerà, per la seconda volta,
un happening totale di grande suggestione, tra la festa e il rito
d'arte.
Una trentina di artisti invitati, (Olivia Agid, Jany Bourdais, Gaetano
Cipolla, Rosanna Marullo, Josè Russotti, Franco Castiglione, Claudio
Marullo, Mariella Martini, Nino Cannistraci, Gai Candido, Michele
Canzoneri, Rossella Leone, Graziano Pompili, Maria Villano, Elisabeth
Frolet, Vito Vasta, Hossein Olba, Jacò, Anna Guillot, Rosario Bruno,
Roberto Pace, Roberto Rizzoli, Paolo Landisca, Bruno Samperi, Nino
Canistraci, Helga Franza, Liugi Ghersi, Nino Cannistracitricomi,
Ottomar Kiefer, Heinz Mess, Wolfgang Petrowsky) ai quali si aggiungeranno
gli allievi della accademie e degli istituti d'arte siciliani ed
altri giovani che troveranno così l'opportunità di un esperienza
di scambio e di dialogo, "occuperanno" il piccolo centro nebroideo
ricco di testimonianze medievali e romaniche e familiarizzeranno
con gli altri abitanti del posto, mettendo a contatto due mondi
culturali ricchissimi, seppur così diversi.
Pettineo
- 1 Kilometro di tela
Intanto una immensa tela, appositamente preparata e lunga centinaia
di metri, sarà stesa, come un tappeto votivo, pur nel suo accecante
biancore, sulla strada, quasi garza che viene a fasciare i sampietrini
bianchi e neri, teatro dei passi e dei quotidiani affanni. Saranno
gli artisti e gli abitanti di Pettineo a compiere questo rito che
è al tempo stesso di convivenza, per quello che poi accadrà, e così
la tela sarà svolta per le case, nelle curve, nelle piazzette e
nelle vie dove di solito si svolge il monotono e faticato vivere.
Dopo, quando la cittadina sarà bloccata in attesa dell'evento, ciascun
artista comincerà a dipingere, gomito a gomito con gli altri, la
sua porzione di tela, finchè si otterrà un dipinto a più mani che
disegnerà un insolito percorso urbano. Si farà l'ora di pranzo e
ciascun artista sarà ospite di una famiglia di Pettineo e con essa,
nelle singole case così come sono, diventerà il cibo e l'ora del
riposo, scambiandosi opinioni ed esperienze in quel clima di familiarità
che solo la gente semplice sa subito creare e soprattutto lì, a
tavola, dove anche il vino è genuino e l'olio forte e non falso.
Ci si ritroverà più tardi tutti insieme, ma adesso certo più amici,
a vedere il chilometro dipinto, dato che la tela sarà esposta ad
un irripetibile "visione globale". Poi si tornerà di nuovo in paese
e ciascun artista ritaglierà la parte da lui dipinta (dopo la dispersione
indifferenziata dell'arte ci sarà, dunque, il momento della riappropriazione),
spezzando il chilometro non più in una sua frazione, ma proprio
in singoli quadri che gli artisti andranno a portare nelle case
dove sono stati ospiti.
Le opere degli artisti invitati verranno ufficialmente catalogate
e accanto alla porta di ingresso dei nuclei familiari verranno apposte
targhe in ceramica con il nome della famiglia, dell'artista la cui
tela verrà conservata in quell'abitazione e la data della installazione.
Le opere, infatti, resteranno in consegna, e non saranno di nessuno:
non dell'artista, non della casa che le ospita, non di Presti. Saranno
di Pettineo, e di quanti nel corso degli anni, vorranno andare a
vedere queste stanze museali, dove si accederà soltanto bussando
ad una porta e salutando, cordialmente accolti, chi nella casa vive.
Così ciascuna abitazione, ricca, modesta o povera che sia, diventerà
un'ideale sala o, per dir meglio, la tappa di un percorso in cui
si afferma appunto l'idea del "Museo Domestico", che sorgerà anno
dopo anno in un comune in cui l'arte, donata, abita nelle case.
E' quanto di più "antisististema" si possa immaginare, una vera
inversione di tendenza perché qui l'opera ridiventa protagonista
e soprattutto ritorna a dialogare con il pubblico senza battute
d'asta, trucchi critici o assegni milionari.
Attraverso il progetto di Antonio Presti, che si svolge nei tre
nuclei fondamentali del Museo Aperto, dell'Arte Vissuta e della
Domestic Art, è proprio asfittico Tempio e andare incontro alla
vita e alla gente. "Noi della Fiumara d'Arte -dice Antonio
Presti promotore dell'iniziativa, egli stesso più artista che mecenate
- al sistema mercato del pianeta artistico che vende le opere
a centimetri, rispondiamo regalando l'Arte a chilometri. Riteniamo
inoltre che questo happening costituisce un gesto di alto significato
in un momento di pasticciata confusione sia nel mondo artistico,
sia nel microcosmo dell'uomo contemporaneo".
E' una mano che l'arte tende; ora sta al pubblico saperla stringere
in segno di rinnovata amicizia. E' un segnale forte che mira a spezzare
una tendenza; è una pietra scartata che si fa testata d'angolo su
cui edificare un nuovo "sistema d'arte". Di cui parlare senza più
vergognarsi.
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