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L’UTOPIA DELLA FIUMARA D’ARTE
Incontro
"Un giovane ricco sa che morirà/ egli
crea bellezza/ e mi domanda perché/ Io, anch'io sto morendo…": sono
alcuni dei versi scritti da Gregory Corso per Antonio Presti, il
giovane imprenditore siciliano che nel 1986 inizia a donare opere
d'arte al paesaggio della Fiumara di Tusa, come altrettanti luoghi
di culto della bellezza, che è quella del segno umano dell'arte e
insieme quella dell'ampia vallata, della forza aspra delle montagne,
dei piccoli paesi arrampicati sui costoni, di una visione dall'alto
di vastità dove l'occhio si perde fino a incontrare il mare. E'
inizialmente un esorcismo, un pegno da pagare alla morte, che si
trasforma in un percorso di vita.
In un luogo laterale rispetto alla
grande fiumara a secco da secoli, una piccola gola riparata dai
tragitti consueti, nei pressi di Mistretta, dove tra una vegetazione
rigogliosa scorre il torrente Romei, Presti che con la sua impresa
realizza il muro di contenimento del pendio vi aggiunge, in basso
dove il cemento è lambito dall'acqua e dai sassi, una cella a cui si
accede da un lungo e basso corridoio, come una sepoltura antica. Sta
giocando ancora la sua partita contro la morte, e, catturato
dall'energia misteriosa di questo luogo, forse vi immagina la
propria stessa tomba. Ma nelle sue intenzioni anche quello spazio
ricavato a margine deve diventare arte, e proprio perché clandestina
e celata alla vista l'opera deve essere concepita come il cuore
segreto, il motore generatore dell'energia che presiede all'intera
Fiumara. Così Presti si mette in cerca dell'artista giusto e bussa a
molte porte prima di approdare nel 1988 a Nagasawa, senza sapere
ancora della meravigliosa coincidenza di un nome che in giapponese
significa "uomo del torrente".
L'ombra della morte, che assedia il
giovane siciliano in cerca di un'ancora per la propria inquietudine,
accompagna con naturalezza da sempre l'"uomo del torrente" che,
come ogni vero sopravvissuto, non la teme: è già morto e rinato
molte volte tanti anni prima sulla banchina di un porto cinese, dove
ha consumato tutto il suo bagaglio di paura, e da allora la vita,
che avrebbe potuto non essere, è stata in prima istanza un regalo.
Ma, è proprio quel cerchio d'ombra, che il linguaggio dell'arte
trascende e sottende, a rendere possibile l'incontro e lo scambio.
Quando Nagasawa viene in Sicilia riconosce in quell'anfratto di
paesaggio un luogo dell'anima, e nel segreto andito di cemento non
vede, come tutti gli altri, soltanto una tomba, bensì un possibile
spazio della vita e soprattutto l'approdo della barca che si porta
dentro come un salvacondotto e un talismano.
Il 24 giugno del 1989 si inaugura la
Stanza di Barca d'oro, nata per essere chiusa, ma l'operazione
di chiusura e interramento viene ostacolata dalle autorità che
denunciano il tentativo di occultamento del corpo del reato. Viene
avviato un procedimento giudiziario per la costruzione abusiva della
stanza. L'opera così fino ad oggi è rimasta incompiuta.
Visita
Non era facile arrivarvi. Le
indicazioni sulla cartina erano approssimative e, mentre il
pomeriggio avanzava, ci perdemmo sulle strade dei Nebrodi prima di
scoprire la via laterale che portava in Contrada Romei. C'era un
piccolo ponte sulla destra, ci avevano detto che era là che
bisognava fermarsi. Il ponte conduceva all'altra sponda del
torrente, dove l'acqua scorreva gagliarda sui sassi nonostante il
principio d'estate, e non c'era altro modo di avvicinarsi
all'ingresso della stanza che quello di strisciare sotto una
recinzione di filo spinato e guadare a piedi nudi il corso d'acqua
badando a non scivolare. Affrontammo il percorso accidentato con lo
strano sentimento che quel bilanciarsi sui sassi malsicuri non fosse
che un esercizio spirituale preparatorio. C'era infatti qualcosa di
singolare in quell'angolo riparato di mondo, dove il silenzio era
animato solo dal suono d'acqua e di foglie: una sospensione, un
soffio antico, forse l'aleggiare di una remota carezza. Sembrava che
null'altro più esistesse se non quel recinto sacro e noi due incerti
tra l'acqua e i sassi. Non si parlava quasi, perché in quel posto
ogni parola pareva superflua, semplicemente ci si sentiva come
rimpatriati ed era scattata tra noi la fraternità profonda degli
esuli, anche se non avremmo saputo definire né la nostra patria né
il nostro esilio, né il motivo per cui quel luogo estremo tra le
montagne, una piccola gola senza panorama, ci apparisse protettivo
come un grembo. Quando arrivammo all'ingresso seminascosto nel muro,
accendemmo la candela che ci avevano fornito come viatico
all'Atelier sul mare, l'albergo-museo che Presti aveva creato a
Castel di Tusa, e ci inoltrammo a testa bassa e con un po' di
apprensione nella notte del corridoio che portava alla stanza. Le
pareti, il pavimento e il soffitto erano rivestiti di lastre di
ferro scuro che la ruggine aveva cominciato ad attaccare, e così
anche tutta la stanza dove si poteva invece rialzare la testa mentre
gli occhi cominciavano ad abituarsi al buio. Nessun suono proveniva
più da fuori e lì dentro anche il nostro silenzio aveva acquistato
un misterioso spessore, ci si sentiva sicuri e disorientati al tempo
stesso, senza capire più dove era l'alto e il basso, la destra o la
sinistra. E intanto nella luce oscillante della candela brillava il
profilo dorato di una barca rovesciata e appesa al soffitto, non una
vera barca ma la sua essenza, la linea della chiglia, dei bordi e
del timone, una barca smaterializzata che solcava il cielo scuro
della stanza come una culla divina collegata alla terra da una
sottile colonna di marmo rosso. E attorno a quell'albero di corallo
la stanza sembrava lievemente ruotare mentre lo spettro lucente
della barca galleggiava là in alto: quell'albero era l'unico punto
fermo, l'orientamento, axis mundi, la vena entro cui scorreva
tra cielo e terra il fluido della vita. Il suo colore sembrava
indicare la rubedo alchemica, lì dentro probabilmente
accadeva quella trasformazione incessante che culmina nell'oro
filosofale, e il mistero della barca ci apparve più profondo di ciò
che attendevamo. Sentimmo di essere in presenza di qualcosa che era
più di una scultura, aveva a che fare con una dimensione della
nostra anima, e ciascuno di noi protesse nel silenzio il pudore
della propria emozione, mentre all'odore di ferro e di umido
sembrava mescolarsi un'altra essenza indecifrabile, un alito
misterioso che più tardi avremmo chiamato "il profumo del tempo".
Se sul torrente avevamo condiviso serenità e trepidazione, lì dentro
eravamo invece soli con noi stessi, eppure non fu facile staccarsi
da lì e tornare all'aperto. Sulla via del ritorno un tramonto
incandescente sul mare prolungò il senso di irrealtà, così che solo
gradualmente rientrammo nella provvisorietà quotidiana. Di ciò che
avevamo sentito non parlammo, non esistevano parole adeguate, ma
prima di andare ciascuno per la propria strada spezzammo quello che
era rimasto della candela in due, a ciascuno un pezzo per ricordare.
Sequestro
Ci sono ceste di frutta e di fiori
sul torrente il 24 giugno del 1989. L'attrice Maria Monti,
accompagnata dalle musiche composte da Sona Ardontz, recita e canta
l'antico testo della Tavola Smaragdina attribuita a Ermete
Trismegisto: "Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò
forma il miracolo di una cosa sola…Il sole è suo padre. La luna è
sua madre. Il vento l'ha portato nel suo ventre e la terra è la sua
nutrice…" Sulla strada sono già pronti i camion pieni di terra da
gettare sull'argine di cemento per coprire per sempre la stanza e
consegnare il suo cuore di energia alla natura. Ma il rito viene
bruscamente interrotto da un messo della pretura di Mistretta che
sequestra l'opera per impedire "l'occultamento del corpo del reato",
ovvero l'abuso edilizio. Ha inizio la vicenda giudiziaria della
Fiumara, una vicenda per diversi aspetti paradossale che coinvolge
Presti per alcuni anni in processi e condanne, amnistie,
assoluzioni, e che vede schierati al suo fianco la stampa
internazionale, artisti e intellettuali, tra cui perfino l'illustre
Federico Zeri in genere poco tenero nei confronti dell'arte
contemporanea, mentre le istituzioni restano incapaci di trovare una
soluzione e di avviare una sanatoria che acquisisca come pubblico
patrimonio le opere d'arte disseminate lungo la valle e le montagne,
e già regolarmente donate con rogito notarile ai comuni di
pertinenza. Ma non può essere donato ciò che è un frutto di reato, e
il giovane Parsifal, il "puro folle" che, contraddicendo ogni regola
del buon senso, ha speso di tasca sua per donare alla collettività,
resta ingramagliato nella stretta della burocrazia e della
giustizia, pur continuando a battersi per il proprio sogno:
trasformare un territorio negletto ed economicamente depresso in un
luogo dove l'arte ritrovi la sua verità, senza essere merce, e
attraverso di essa l'uomo possa riscoprire il paesaggio e insieme se
stesso.
Si era già avuta un'avvisaglia di
quanto sarebbe accaduto all'epoca dell'inaugurazione della prima
scultura di Fiumara, La materia poteva non esserci di Pietro
Consagra, quando il sindaco di Tusa, che interviene alla
manifestazione insieme a tutti i sindaci della zona e pronuncia un
discorso lodando la generosità e il coraggio di Presti nell'aprire
nuove prospettive alla valle con un museo a cielo aperto, manda
negli stessi giorni un'ordinanza di sospensione dei lavori, perché
senza concessione edilizia. Da allora ogni inaugurazione è una
passerella di amministratori e politici che lodano e promettono
senza mai giungere a un atto concreto o a un'assunzione di
responsabilità nei confronti delle opere, senza rendersi veramente
conto del loro valore anche come volano economico per l'intera zona.
A scatenare nel 1989 la crociata è
l'architetto Gesualdo Campo, direttore della sezione per i beni
paesistici, architettonici e urbanistici della Soprintendenza ai
Beni Culturali e Ambientali di Messina, che denuncia la Fiumara per
abuso edilizio e occupazione del suolo demaniale, violazione della
Legge Galasso sulla protezione ambientale, e accusa le opere "di
essere avulse per area culturale di appartenenza (arte concettuale)
dal contesto in cui sono inserite e di mortificare l'opera di
secolare appaesamento culturale svolta sul territorio". Definisce
l'intera operazione "incompatibile con i pubblici interessi" e, dopo
un sopralluogo, considera la Stanza di Barca d'oro una
semplice unità edilizia abusiva agli effetti di legge analoga a
un'abitazione.
Nella lunga querelle
l'architetto Campo, che dal canto suo autorizza con facilità nella
provincia l'erezione di statue del papa ed eventualmente di Padre
Pio, e che incorre nell'errore di definire "concettuale" ciò che è
semplicemente non figurativo e che nella sua fisicità nulla ha in
comune con la definizione e la corrente dell'"arte concettuale",
interpreta la parte del burocrate integerrimo e pignolo teso a far
rispettare le leggi e perciò in guerra contro l'anarchia del
mecenate "fuorilegge".
E per quanto l'ostinazione del
funzionario anti-arte appaia quanto meno grottesca in un contesto
contrassegnato dallo scempio edilizio della costa e dei paesi e dal
saccheggio abituale di chiese cinquecentesche e monumenti storici,
perpetrati regolarmente nell'indifferenza, quando non complicità,
delle istituzioni, va detto che l'abuso da parte di Presti c'era
stato, e che la realizzazione delle sculture, anche se ogni volta
regolarmente autorizzata dai singoli comuni, non aveva seguito la
normale prassi burocratica. Può del resto un sogno assoggettarsi ai
tempi lunghi e ai dinieghi della burocrazia, finire in un ufficio
tra le carte e le "anime morte" come in un racconto di Gogol?
In realtà la questione di fondo,
provocata dall'azione di Presti, era complessa, metteva in gioco la
stessa natura e definizione dell'arte, e necessitava di risposte
altrettanto complesse, più che di atti giudiziari. Come conciliare
il diritto, la regola d'ordine che deve valere per tutti, con l'arte
che è valore di libertà proprio in quanto infrazione dell'ordine,
rottura degli schemi, insofferenza alla regola? E se la norma nasce
per organizzare i rapporti esistenti, in che modo è conciliabile con
l'arte, che nella sua qualità è sempre tesa ad oltrepassare
l'esistente e a immaginare altre possibilità? Come salvaguardare il
rispetto della legislazione vigente e contemporaneamente l'altro
diritto, quello alla libera espressione artistica? E, d'altra parte,
se la legge non prevede in modo chiaro la possibilità di opere non
funzionali sul territorio a quale normativa fare riferimento, qual'è
lo strumento orientativo per definire l'"appaesamento" di una
scultura? L'arbitrio dell'arte va considerato e punito alla stessa
stregua dell'arbitrio speculativo di un costruttore senza scrupoli?
Una scultura può essere equiparata a una costruzione edilizia di cui
stabilire la cubatura? La commissione edilizia è un organo adeguato
ad accertare la sua regolarità? Perché la soprintendenza, pur senza
chiudere gli occhi sulla trasgressione perpetrata, non ha preso in
considerazione neanche per un attimo la statura degli artisti
coinvolti? Tutela dell'ambiente equivale ad evitare la sua
valorizzazione con la creazione di luoghi privilegiati di
osservazione del paesaggio?
Perché procedere ad ordini di
demolizione anziché alla confisca, che avrebbe fatto passare allo
stato la proprietà delle opere già su suolo pubblico, rendendo in
questo modo effettiva la loro donazione? Perché non fu mai varata la
promessa sanatoria, di cui il governo regionale è così prodigo ove
si tratti di complessi abitativi, alberghi e villette che deturpano
i luoghi più belli dell'isola? Ma sarebbe stato dopotutto davvero
giusto applicare alle opere della Fiumara il condono edilizio quasi
che si trattasse di Gela, che nessun condono potrà mai rendere meno
brutta?
Quelle opere erano perturbanti -
questa è la verità - perché gratuite, e in questa insensata
dichiarazione a cielo aperto di non appartenenza, di non
sottomissione al regime della politica, del guadagno e dell'utile,
stava il loro scandalo. Nessuno avrebbe sollevato una questione per
i grandi viadotti delle autostrade e delle superstrade, che
violentavano il paesaggio con svincoli le cui dimensioni e volute
apparivano a volte eccessive e pretestuose. Ma già, quelle erano in
regola con la legge, e soprattutto erano funzionali.
"Sì, un abuso c'è stato, - dice Presti
- ma non è stato abuso di materia, ma un abuso di idea, di posizione
etica rispetto alla società. Cosa hanno potuto incriminare uomini al
servizio della materia? Solo l'oggetto, il cemento, l'idea è
comunque rimasta intatta, anche nel segno della violenza e della
demolizione non si poteva infatti decretarne la fine".
Cronistoria
La Fiumara di Tusa è il letto di un
antico fiume che un tempo lontano scorreva tra i monti Nebrodi per
ventuno chilometri fino all'antica Halesa, un fiume secco e solo
d'inverno a carattere torrentizio in un paesaggio che alterna
pietrosa desolazione a tratti di vegetazione rigogliosa, e che
laddove ci si inerpichi offre scorci straordinari tra le montagne
ampie e il mare in lontananza.
L'idea di "Fiumara d'Arte" nasce nel
1982, quando l'improvvisa morte del padre impone ad Antonio Presti
di interrompere una giovinezza spensierata, gli studi di ingegneria,
tornare a Tusa e assumere la direzione del cementificio paterno.
Gravato di responsabilità e scosso dalla perdita e dall'impatto con
la morte, Presti, che già colleziona arte contemporanea, pensa di
dedicare un monumento alla memoria del padre e si rivolge allo
scultore Pietro Consagra, che ha già realizzato opere di grandi
dimensioni a Gibellina, ricostruita dopo il terremoto del '68 e
trasformata dal suo sindaco Ludovico Corrao in città d'arte.
Immagina fin da subito di non farne un semplice fatto privato, una
stele del proprio giardino, ma di donare la scultura alla
collettività, e pensa di collocarla alla foce della fiumara, un
paesaggio caro alla sua infanzia e dove il padre ha percorso la sua
vita. Il progetto muta presto di segno e diventa più ampio, e per
quanto gli operai della sua azienda attendano alla costruzione
dell'enorme scultura astratta nella convinzione che si tratti di due
mani giunte in preghiera, Presti già immagina di dar vita a un
parco di sculture che coniughi il linguaggio contemporaneo all'aspra
bellezza dei luoghi.
L'inaugurazione della scultura di
Consagra, il 12 ottobre 1986, coincide con l'annuncio del museo a
cielo aperto, tra il consenso dei sindaci del comprensorio
intervenuti tra le tante autorità alla manifestazione. Per cautela
però, il sindaco di Tusa invia, come si è detto, su segnalazione
della Soprintendenza di Messina un'ordinanza di sospensione dei
lavori.
Intanto Presti ha già contattato un
altro scultore, Paolo Schiavocampo, al quale commissiona una
scultura da porre al bivio tra la strada che porta a Castel di Lucio
e una vecchia strada di campagna, e la allega come arredo urbano, da
lui finanziato, al progetto di rifacimento stradale di cui è
incaricata la sua impresa.
E ha coinvolto anche il pittore Tano
Festa, di cui scopre durante una visita il bozzetto di Monumento
per un poeta morto, dedicato al fratello Francesco Lo Savio, che
decide di realizzare in dimensioni monumentali sul lungomare di
Margi, tra l'entusiasmo dell'artista già sofferente e il consenso
del Comune di Reitano, che autorizza con una delibera la costruzione
per l'alta fama dell'artista e la valorizzazione del territorio con
un'opera, interamente a spese del proponente.
L'opera di Schiavocampo dal titolo
suggestivo, Una curva gettata alle spalle del tempo, viene
inaugurata il 30 gennaio 1988, in concomitanza con un concorso di
scultura riservato ad artisti sotto i quarant'anni, bandito da
Presti e per il quale ha raccolto una giuria internazionale composta
da Manfred Fath, direttore del Museo di Mannheim, Oriol Bohigas,
celebre architetto spagnolo, Elisabeth Gall, urbanista di
Barcellona, Hélène Lassalle della Direzione dei musei francesi,
Giovanni Joppolo, direttore a Parigi della rivista d'arte Opus
International, Lucia Matino del PAC di Milano, il critico messinese
Lucio Barbera e l'architetto Patrizia Merlino. 55 i bozzetti
arrivati, vengono prescelti quelli del siciliano Carlo Lauricella,
che poi non sarà realizzato a causa dell'opposizione del Comune di
Santo Stefano di Camastra dove avrebbe dovuto essere posizionato,
quello di Antonio Di Palma (Firenze) e quello di Italo Lanfredini
(Mantova).
L'opera di Festa ribattezzata
Finestra sul mare si inaugura invece il 24 giugno del 1989, dopo
la morte dell'artista l'anno precedente, insieme all'opera di
Nagasawa sul torrente Romei, a Energia mediterranea di
Antonio Di Palma e a Labirinto di Arianna di Lanfredini, di
cui nel frattempo è iniziata la realizzazione che terminerà l'anno
successivo, la prima in un pianoro presso Motta d'Affermo, la
seconda su una panoramica altura nella zona di Castel di Lucio. A
quella data risulta invece completata anche Arethusa, la
coloratissima decorazione in ceramica di Piero Dorazio con la
collaborazione di Graziano Marini della caserma dei carabinieri di
Castel di Lucio.
Il battesimo del progetto complessivo
della Fiumara d'arte coincide però paradossalmente con il suo
arresto.
Del sequestro di Stanza di barca
d'oro durante l'inaugurazione si è detto, ma lo stesso giorno
viene notificato anche un provvedimento contro Finestra sul mare
per occupazione di demanio marittimo e abusivismo edilizio. Contro
le opere della Fiumara vengono avviati cinque procedimenti
giudiziari e ha inizio l'intricata vicenda processuale che ne blocca
di fatto il completamento, che prevedeva anche la realizzazione di
opere di grandi maestri come lo spagnolo Chillida, Fausto Melotti e
Arnaldo Pomodoro. I sindaci si tirano indietro e Presti viene
lasciato solo di fronte alla giustizia, anche se al suo fianco si
schiera la stampa e il mondo dell'arte. Parte anche
un'interrogazione parlamentare, firmata da Bruno Zevi, Giuseppe
Calderini, Massimo Teodori, e Francesco Rutelli, che chiedono al
Ministro dei Beni Culturali e Ambientali di "intervenire con la
massima urgenza per fare cessare lo scempio e la persecuzione delle
autorità locali nei confronti dell'iniziativa di Antonio Presti che
ha costituito attorno alla Fiumara di Tusa un nuovo ed eccezionale
comprensorio artistico, culturale e paesistico di rilievo
internazionale".
Il 2 luglio del 1990 però, Giuseppe
Costa, pretore di Santo Stefano di Camastra, condanna Presti alla
demolizione dell'opera di Consagra, a quindici giorni di reclusione
e a 23 milioni di multa per avere alterato il territorio, per
abusivismo edilizio e per avere violato la legge Galasso, di cui la
sentenza dà un'interpretazione restrittiva. La scultura comunque non
sarà demolita, perché Presti si appella e all'epoca della sentenza
di appello della Corte di Messina il reato è caduto in prescrizione.
Intanto però interviene sulla
questione l'Assessore regionale ai Beni Culturali Turi Lombardo, che
fa un sopralluogo e convoca il 21 luglio una riunione di
amministratori locali a Santo Stefano di Camastra dichiarando di
volere raccogliere la positiva sfida di Presti cercando una
soluzione compatibile con la legislazione vigente per salvare le
opere: "Noi uomini politici dobbiamo saper essere interpreti dei
sentimenti e delle esigenze culturali delle popolazioni che
rappresentiamo e dobbiamo avere la fantasia di escogitare sistemi
amministrativi o legislativi capaci di realizzare dette esigenze".
Lombardo nomina una commissione per
studiare il modo in cui definire la Fiumara un momento istituzionale
della Regione per la promozione dell'arte, promette di varare
rapidamente un Ddl regionale. Si profila dunque un contrasto tra
amministratori e giudici, e il nocciolo della questione da giuridico
si fa sempre più politico, mentre si conviene ufficialmente che le
opere della Fiumara non deturpano, ma semmai "sanano" lo scempio del
paesaggio operato nei decenni precedenti, nonostante il parere
contrario delle Soprintendenza di Messina, arroccata nella sua
ostilità. Ma, nonostante le buone intenzioni, l'intervento politico
non porta a nulla di concreto e presto scende il sipario.
Il 10 ottobre 1990 il pretore di
Mistretta, Nicolò Fazio, assolve Presti per Stanza di Barca d'oro
con una interessante sentenza, che dimostra come la sensibilità
culturale possa filtrare le norme poste a garanzia del cittadino con
quella particolare interpretazione evolutiva che scrive la storia
della giurisprudenza: il fatto non costituisce reato, in quanto la
stanza nascosta nell'argine non altera lo stato dei luoghi inteso
come identità; è escluso il danno alle bellezze paesistiche essendo
il concetto di bellezza un dato metafisico difficilmente definibile
come lo stesso concetto di arte che sfugge a canoni rigidi di
individuazione e per la quale comunque ogni aprioristico rigetto
appare arbitrario così come l'unanimità del consenso; il valore
dell'opera in questione e del suo messaggio spirituale è
sufficientemente supportato dalla critica e dall'opinione pubblica;
non è applicabile la legge Galasso in quanto la Fiumara d'arte "si
propone la qualificazione artistica e non già la trasformazione
urbanistico-edilizia dello scabro comprensorio dei Nebrodi". Ma la
Procura di Messina ricorre in appello, unificando successivamente i
vari procedimenti in atto contro Fiumara.
Intanto Presti inaugura nel 1991 l'Atelier
sul mare, un albergo a Castel di Tusa, affidando a vari artisti
la realizzazione delle camere. Nagasawa, ad esempio, realizza una
stanza rivestita di ottone intitolata Un mistero per la luna.
L'albergo diventa presto un singolare museo abitabile, luogo di
partenza per le escursioni nella Fiumara, residenza di giovani
artisti stranieri, spazio espositivo per artisti siciliani negli
anni seguenti. La storia di questo albergo affascinante dove ogni
opera d'arte diventa la propria temporanea dimora, si collega dunque
allo straordinario percorso della Fiumara costituendo una sorta di
romitaggio dei pellegrini dell'arte.
Sempre nel 1991 l'infaticabile
mecenate organizza in uno dei paesi della Fiumara, Pettineo, la
singolare manifestazione Un chilometro di tela,
un'estemporanea di pittura su una tela che attraversa le strade del
paese per poi essere tagliata a pezzi e donata agli abitanti le cui
case diventano "museo domestico". Accorrono duecento artisti, noti e
meno noti, e la kermesse si ripeterà gli anni seguenti.
Un'altra iniziativa, un nuovo bando di concorso per scultori giovani
stavolta rivolto alla Spagna, anche con l'interessamento della
regina Sofia, non andrà in porto. Nel frattempo infatti l'Atelier
subisce un attentato di stampo mafioso e la stessa attività del
cementificio appare strangolata dal difficile e sempre più ostile
contesto socio-culturale.
Del resto la vicenda processuale non
lascia tregua, e se nell'estate del 1993 si gira tra le sculture
della Fiumara il film Il viaggio clandestino. Vite di santi e
peccatori di Raoul Ruiz, regista cileno e mito dell'avanguardia,
che progetta anche una delle camere dell'albergo, La vita è un
sogno di pietra, e se all'inizio di ottobre dello stesso anno
Presti invita quaranta giovani ceramisti provenienti da tutta Europa
a realizzare un'opera collettiva sul muro di contenimento di una
delle strade della Fiumara, che diventa così Il muro della vita,
è del 25 ottobre 1993 la dura sentenza pronunciata dalla Corte di
Appello di Messina.
Arriva l'ordine di demolizione della
Finestra sul mare considerata edificio abusivo alla pari
delle 15.000 costruzioni senza licenza che invece una legge
regionale votata in quei giorni dal governo Campione, ma poi
bloccata dal TAR, stava per salvare. Presti viene condannato anche
per Una curva alle spalle del tempo, in tutto 15 giorni di
arresto, 15 milioni di lire di ammenda e 30 milioni di multa. I
procedimenti contro le altre tre opere, Stanza di Barca d'oro,
Energia mediterranea, Labirinto di Arianna, vengono
invece dichiarati estinti per avvenuta prescrizione.
E' il momento di una seconda ondata di
mobilitazione generale e subito a Roma un gruppo di artisti e
intellettuali sollecita l'intervento del ministro dei Beni Culturali
Alberto Ronchey, mentre una petizione firmata da 60 nomi della
cultura italiana esorta il governo regionale ad agire per evitare la
demolizione. Del resto una soluzione a portata di mano c'è: secondo
la nuova legge regionale sull'abusivismo edilizio, la demolizione
può essere evitata qualora il Comune dichiari l'esistenza di
prevalenti interessi pubblici, che nel caso dell'opera di Festa sono
peraltro evidenti. Ma il Comune latita, e intanto il gruppo
consiliare del PDS all'Assemblea Regionale predispone un disegno di
legge per la Fiumara.
A metà novembre un documento firmato
stavolta da 3000 esponenti della cultura e dell'opinione pubblica
induce l'Assessore regionale ai Beni Culturali e Ambientali Saraceno
a convocare una riunione che sembra preludere all'investitura
ufficiale del governo nella vicenda della Fiumara. Nella Sala Gialla
di Palazzo dei Normanni a Palermo arrivano artisti, poeti, studiosi
da tutt'Italia, per chiedere di salvare la scultura di Festa. Ma
anche stavolta non succede nulla e solo il ricorso di Presti in
Cassazione rimanda la demolizione annunciata.
Il 23 febbraio del 1994 la Corte di
Cassazione chiude la vicenda annullando l'ordine di demolizione, i
provvedimenti della Corte d'Appello e le richieste della Procura di
Messina. All'albergo-museo si festeggia con l'apertura di otto nuove
stanze d'artista.
La Fiumara (e la Finestra) è
salva. Salva?
Né la Regione, né la Provincia, né i
Comuni prendono atto della sua esistenza. Nessuno accetta il dono e
si fa carico della sua tutela. Nessuno ha saputo o voluto sfruttare
l'enorme potenziale turistico, e quindi economico, che essa propone
in una zona peraltro tagliata fuori dai percorsi consueti, ma vicina
alla turistica Cefalù. Nessuno l'ha adottata, lasciandola orfana e
in balia del degrado. Non importa: ben visibili eppure clandestine,
le opere della Fiumara restano la meta privilegiata di un percorso
iniziatico. Presti sempre più isolato, vittima di attacchi mafiosi,
decide di trasferirsi a Catania per continuare il suo impegno civile
per il quartiere di Librino. Nel 2005, quando si rende conto che
tutto il patrimonio artistico si sta deteriorando e la manutenzione
delle opere è indispensabile, il 22 aprile, decide di opporre un
rifiuto a questo rifiuto dello Stato e chiude con un enorme telo blu
la Finestra sul mare scrivendo in tutte le lingue la parola
“chiuso”. Dice Presti: “Ci sono uomini che nella vita hanno la gioia
di aprire le finestre sul mare ma quelli stessi uomini hanno la
potenza di chiuderle.” Con questo gesto simbolico Presti decide di
ribaltare le posizioni: sottrare l’opera allo sguardo del pubblico è
un gesto di grande forza per affermare l’esistenza della scultura
come pensiero, anche a prescindere dalla materia. Questa volta è
Presti a denunciare tutti i sindaci, la Regione Siciliana, per
incolumità civile. Interviene all’appello il presidente della
Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e finalmente, il 6 gennaio del 2006,
a firma degli onorevoli Beninati e Fleres, dopo 25 anni di
battaglie, viene riconosciuto il Parco di Fiumara d’arte, affidando
ai Comuni la manutenzione delle opere. La parola “fine” di questa
vicenda, sigilla non solo l’impegno di una vita ma afferma
soprattutto una vittoria “politica” dell’arte, una vittoria della
forza dell’esistenza.
Viaggio
"Dalla materia che non esiste / sono
entrato per metà in un labirinto / uscito e salito su un'onda blu /
ho poi finito discendendo una caverna / stanco, passai per un
albergo sfatto / e là sognai una casa finale./ Il fiume corre secco
al mare". I versi di Gregory Corso indicano il senso del cammino:
dalla foce del fiume alla montagna per tornare al mare, bisogna
risalire insomma il corso arido del fiume, cominciare dalla fine per
ritrovare l'inizio.
La materia poteva non esserci
di Pietro Consagra è posta sul greto alla foce, il punto di massima
ampiezza del fiume. Alta diciotto metri e possente, annuncia anche a
chi passa in treno o sull'autostrada l'ingresso della Fiumara come
un grande e misterioso geroglifico, una doppia porta bianca e nera
traforata dal vento, non dissimile dalla figura di un labirinto
sospeso in verticale e dalle anse irregolari. Bianca e nera come la
duplicità della vita: nel suo segno di labirinto senza centro
bisognerà inoltrarsi per raggiungere l'altro labirinto, quello che
ha un centro, quello che conduce all'unità. Il titolo suona come un
dubbio cosmico, l'eterno interrogativo dell'uomo di fronte alla
natura o di fronte a se stesso, e la levigata struttura iscrive
senza paura la sua domanda tra i sassi e il cielo come un segnale di
frontiera aperta, un confine che è al contempo un ingresso.
Chi ne raggiunge la base scopre di
poterla attraversare, di potere entrare tra i due elementi
addossati, e guardando verso l'alto vede scorci, ritagli e
articolazioni di forme impreviste. Chi la vede da lontano ne coglie
soprattutto la frontalità, che è da sempre la cifra della scelta
stilistica dello scultore mazarese, e la forza compressa del suo
segno non mimetico, che non intende riportare elementi della natura
nella natura, ma un contrasto, una sfida che contiene solo la
propria immagine come la lettera di un alfabeto: "Solo una scultura
non figurativa può resistere al cospetto dello scenario sotto il
cielo… - dice Consagra - nell'immenso paesaggio della fiumara sei
con la solitudine, fuori dalla storia, al cospetto delle montagne,
del cielo, degli alberi, dei sassi. Devi avere un coraggio da leone,
non si può essere arbitrari, non si può essere mimetici, non hai a
chi votarti. Il lavoro già fatto ti appare fuggevole come un
pensiero, sospeso come una frase, trasparente come un gesto. Devi
essere deciso, non hai impedimenti. La dimensione l'hai già scelta,
l'avventura è già nelle tue immagini. Se ti va bene, puoi essere
felice".
Proseguendo per la strada, lasciandosi
a destra Pettineo e raggiungendo Motta d'Affermo, al limite del
paese si arriva a una lieve altura pianeggiante e brulla, da cui si
gode una vista inebriante a 360°gradi sulla valle e fino al mare, un
punto come quelli che sapevano scegliere gli antichi greci per
posizionare i loro teatri. Qui c'è l'azzurra e ampia Energia
mediterranea di Antonio Di Palma. Stavolta la scultura non è
monumentale nel senso della verticalità, né è intrusiva come il
grande geroglifico di Consagra e la sua ineludibile domanda, ha
piuttosto un rapporto orizzontale e sinuoso di contatto con la
natura: una grande onda di cemento blu come gonfiata dal vento, un
segno d'acqua solidificato sulla montagna, come l'esplosione della
visione di quell'orizzonte di mare in lontananza e la sua
materializzazione fisica sul posto, sospende ogni domanda
nell'incantamento. Si può salire sull'onda, ci si può lasciare
scivolare, ci si può riparare al di sotto della sua volta, dove
mucchi di sassi di mare macchiati di blu formano come un altare,
mutandola in una cappella e in una architettura dell'intimità. E per
quanto l'opera sia aperta e percorribile, il suo colore - il celebre
blu-Klein, la tinta della dimensione 'immateriale' dell'universo -
le dà una singolare sacralità, come se questa presenza sul pianoro
che ne raddoppia il paesaggio fosse in primo luogo la
solidificazione di una liquida proiezione mentale, il mistero di una
segreta coincidenza tra quel mare e quella montagna che sono i due
estremi del percorso della fiumara. Qui ci si ferma, si guarda, si
dimentica ciò che ci siamo lasciati alle spalle, si placa l'ansia,
ci si carica di forza positiva prima di salire ancora verso il
labirinto.
Il percorso prevede un'altra pausa,
stavolta lungo la strada ad un incrocio, un bivio tra una vecchia
strada di campagna e la via nuova, che la scultura di Paolo
Schiavocampo Una curva gettata alle spalle del tempo segnala
come un luogo di confluenza e di passaggio tra il passato e il
presente: prima di riprendere il cammino bisogna che il nostro tempo
non sia più freccia lanciata in avanti o rivolta indietro, o
impigliata nell'arco della vita, è necessario che invece acquisti la
morbida tensione di una curva aperta che non conclude né corre ad
infilzare l'obiettivo.
"Pensai - dice Schiavocampo - a un
punto di riferimento andaluso e lorchiano 'Cruz. Punto final del
Camino' e che questo punto di riferimento avesse insieme una sua
verticalità e apparisse come mosso dal vento silenzioso che saliva
dal mare. Che tra questo punto di riferimento, che fu realizzato con
una forma di cemento di quattro metri di altezza e utilizzato come
spartitraffico vi fosse uno spazio neutro, uno spazio meditativo:
che l'inizio della nuova strada fosse segnato da due cippi alti e
sottili che disegnavano un triangolo con lo spartitraffico, che là
dove la valle scende verso il mare vi fosse una fila di sedili e là
dove il terreno saliva vi fosse una sistemazione ecologica con
pietre rosse e grigie locali che salvavano e isolavano i cespugli
spontanei. Essendo l'insieme composto da diversi elementi, sbagliato
sarebbe vedere la forma in cemento - la scultura come la sostanza
del mio intervento, essa non è altro che un particolare".
Un luogo di passaggio che, pur
essendo aperto sull'ampio paesaggio appare raccolto e a misura
d'uomo, segnato dalle pietre: pietra vecchia e pietra nuova,
pietra-sedile, pietra-dolmen. E' la memoria del passato della
pietra, il suo essere natura e segno, utensile e monumento. E la
pietra del fiume sulla cui disordinata casualità si erge all'inizio
la fierezza drammatica della domanda, e che diviene reliquia di
mare sotto l'onda dove quella domanda invece si adagia placata
dall'orizzonte lontano, qui si trasforma come una pietra filosofale
comprendendo nello spazio di una curva la sua storia e il suo
futuro.
Anche la scultura, che da vicino ha
una dimensione confortevole mentre in fotografia appare monumentale
per il suo movimento di torsione potente, è forma in trasformazione,
una presenza organica, un corpo che non fa resistenza e che sembra
essersi lasciato modellare dal soffio dell'aria come un cavallo del
vento. Come un cavallo antico dentro la sua armatura, questo corpo
di cemento è ancora fasciato della sua carpenteria di lamelle di
ferro, come se l'opera non fosse del tutto conclusa e il suo
compimento si fosse arrestato nell'attimo della torsione prodotta
dal suo rivestimento, rinunciando alla presunzione della forma
finita e continuando ad indossare il suo abito di lavoro. Su quest'abito,
nei segni della ruggine e nel bianco del cemento, tra le saldature
del ferro che si allentano, il tempo scrive la sua storia.
Scacchiera
Un rupe si sporge sul paesaggio come
la prua di una nave, un avamposto estremo da cui si vede dall'alto
tutta la fiumara, la corona di monti, i piccoli paesi arroccati, la
valle che si fa sempre più ampia, e in fondo il mare.
E' meriggio, l'ora dechirichiana degli
dei, dei demoni e delle apparizioni. E io sono qui seduta davanti a
una scacchiera di pietra, come nel Settimo sigillo, a
immaginare una partita fatale e ad ascoltare un racconto, quello di
un sasso che va controcorrente.
"All'inizio era la morte, era solo
questo che mi spingeva, - dice Antonio Presti - avevo preso in
consegna una pietra, e in nome di quella morte avevo intrapreso un
percorso controcorrente, massacrato e ferito durante il cammino
dalle stesse pietre della fiumara, per riportarla all'origine, alla
montagna-madre. Fu solo durante il viaggio che compresi che era
necessario un passaggio di conoscenza, una trasformazione, e che la
direzione del percorso andava invertita. Fu allora che con Gregory
Corso scrivemmo la storia di una pietra che viene dalla montagna,
segue il corso del fiume e non ha paura di diventare mare e di
annegare nell'infinito. La storia della Fiumara è tutta qui, dentro
il segreto del suo doppio percorso. Questa Fiumara che era nata da
una disperazione, dalla costrizione e dalla morte, è diventata un
percorso di forza, dove ogni luogo, attraverso la conduzione
dell'arte, propone l'energia di un contatto e porta l'uomo a un
passaggio verso un'altra condizione del desiderio.
L'opera di Consagra nasce dalla fine,
ma è l'inizio del viaggio, è doppia come il senso del percorso che
conduce all'unità del labirinto. Il mare ti aspetta dopo, quando
alla fine del viaggio hai compreso il tema del doppio, e sei andato
oltre il tuo desiderio, non sei più prigioniero del giudizio, non
dividi più bene e male, bianco e nero, vita e morte, non ti rifugi
più nell'interstizio tra le cose, ma puoi sopportare l'ampiezza.
Ho voluto ridare all'arte questo
codice di stupore che l'uomo contemporaneo ha perso, tanto che oggi
parlare di stupore o di devozione alla bellezza può sembrare
anacronistico".
Ascolto e sogno anch'io di giocare
senza scampo con un convitato di pietra, un ignoto marinaio con cui
tornare un giorno quassù al crepuscolo, davanti a questa scacchiera
sull'abisso. Ascolto e il racconto disgrega ciò che restava delle
mie resistenze, la diffidenza verso ciò che un tempo mi appariva il
risultato di un disordinato romanticismo, e che solo nella
Stanza di Barca d'oro mi aveva catturato perché vi avevo
avvertito la misura e il pudore delle cose nascoste. E quel racconto
mi sembra adesso invece stranamente familiare, come se togliesse il
velo a qualcosa di dimenticato da troppo tempo, e già mi appartiene
come una vecchia leggenda e una disperazione antica.
Comprendo che Fiumara d'Arte è
un'unica grande opera totale, anche se non ha un progetto di
linguaggio uniforme ed è nata piuttosto dagli incontri e dagli
accadimenti, il suo valore non risiede che in parte nelle singole
opere e piuttosto si trova nel disegno che le unisce. Un'opera che
ha per tema il viaggio e di cui fanno parte allo stesso titolo
l'arte, il paesaggio, la sua storia e il suo mito, le creazioni
degli artisti, la creatività del committente, la ricettività del
viandante. Un'opera la cui sfida è tutta in questa scacchiera che
non fa parte del percorso d'arte, ma è una stazione segreta,
laterale, dove la partita tra il Cavaliere e la Morte si è arrestata
in posizione di stallo. So già che tornerò, ancora e di nuovo,
quassù.
Cercavo un posto per il Labirinto,
- continua Presti - il Comune di Castel di Lucio stava restaurando
questa chiesetta sul poggio, bisognava segnare qui un punto
trigonometrico. E' sotto questa roccia-santuario che nasce il fiume,
questo è il luogo di confluenza delle acque che gli danno origine.
Ed è anche un punto di contatto con la scultura di Consagra, non si
riesce a vedere perché troppo lontana, ma è lì in fondo nella
direzione del mare, questo punto è perfettamente in asse. Allora ho
fatto questa scacchiera che non ho mostrato a nessuno: stavo
giocando la mia partita con la vita, ma la posta non era la
sconfitta della morte, era la conquista di un sentimento
d'appartenenza. Feci in quel periodo anche la stanza dove poi
sarebbe intervenuto Nagasawa, nasceva inizialmente dallo stesso
sentimento drammatico, era una tomba, ma adesso chiuderla significa,
al contrario, custodire una sorgente di rinascita. E per me
significa chiudere un ciclo per aprirne un altro".
Labirinto
Labirinto di Arianna di Italo
Lanfredini si trova su un'altura raggiungibile attraverso un
viottolo che si diparte dalla strada poco prima di arrivare a
Castel di Lucio. Appare da lontano come adagiato sulla collina di
cui segue il declivio, solo l'ingresso svetta come un arco acuto. E
convive su quel poggio solitario con una piccola chiesa di
campagna, come se quella sconfinata apertura spaziale consentisse la
quieta coesistenza di due dimensioni della sacralità, il mito e la
religione.
La forma è quella più antica del
labirinto cretese a sette anse, un percorso a spirale che porta al
centro senza smarrimenti e che riporta indietro, tra andare e
tornare un chilometro di cammino. La sua materia di cemento è
rosata, una calda tinta di pelle e di carne che trasmette fin da
subito la sensazione che dietro quel muro circolare c'è un grembo
dove perdersi e ritrovarsi, la Grande Madre, l'antica dea all'alba
della storia, che regna ancora nel profondo della psiche come una
remota e rischiosa nostalgia. Se varchi la grande vulva dal colore
di terra accesa dell'ingresso, ti ritrovi tra le mura alte
abbastanza da non consentire di vedere all'esterno, né vedi il resto
del percorso che ti attende: sei protetto e solo con i tuoi passi
senza scelta, ascolti la mediterraneità della tua radice, tutte le
opere della Fiumara ti parlano di questo, tutte sono contemporanee e
molto antiche al tempo stesso, e ti senti nelle viscere di un
microcosmo di terra e intanto hai il cielo sulla testa, e vai avanti
inquieto verso il mistero ombelicale del centro. Non troverai il
Minotauro, né un mostro, nessun doppio mitologico assassino, solo
una pozza d'acqua piovana e un albero di ulivo che cresce
magicamente tra il cemento: un segno di fertilità e di pace, un
esorcismo e uno specchio. Al centro di ogni labirinto c'è la morte e
la rinascita, qui hai cacciato i demoni e incontrato te stesso. E
per tornare all'aperto rifai all'inverso il percorso della
conoscenza, torni indietro in una condizione diversa ma con lo
stesso numero di passi, così come adesso che sei giunto alla meta
scenderai dalla montagna di nuovo verso la costa da dove sei venuto.
"Una memoria, - sostiene Lanfredini -
una traccia che affonda e si fonda nel paesaggio con la
consapevolezza di, come dice Calvino, non aspettarsi di raggiungere
un al di là ma un al di qua… Noi stessi."
Approdo
Se un muro di cemento può essere
poesia, anche una caserma può diventare opera d'arte: sulla via del
ritorno si può, prima di scendere a valle, sostare a Castel di Lucio
per vedere Arethusa, la Caserma dei carabinieri decorata da
Piero Dorazio, figura storica dell'astrattismo italiano, e da
Graziano Marini con elementi di ceramica colorata, che esemplificano
come sia possibile integrare nella tradizione del moderno, senza
concedersi ad improbabili revival linguistici, l'uso del colore come
emblema che presiedeva alle variopinte architetture dell'antichità.
E, al di là del valore estetico dell'intervento, è un invito a
ripensare il nostro mondo quotidiano sottraendolo alla soffocazione
del grigio.
Di ceramica, l'arte della terra e del
fuoco che appartiene del resto alla tradizione del vicino paese di
S. Stefano di Camastra, sono anche le tessere del Muro della vita,
un'opera collettiva senza grandi nomi che dice come l'immaginazione
di tutti possa trasformare il banale quotidiano, come ci si possa
riappropriare di quei luoghi di nessuno semplicemente funzionali a
partire dai muri di contenimento lungo le strade. Lo si incontra
lungo la via provinciale per Mistretta, che converrà prendere se si
vuole sostare presso il torrente Romei e la Stanza di Barca
d'oro.
Adesso, se nel labirinto abbiamo
saputo ritrovare il nostro filo d'Arianna e sciogliere il nodo della
domanda che divide, siamo pronti al contatto, a lasciarci invadere
dall'energia sotterranea e a "vedere" scivolare tra i sassi e
l'acqua quella barca che non può essere vista. Adesso sappiamo che
non si tratta del fantasma hegeliano della "morte dell'arte", ma
invece del suo non svilimento e della sua vita. E scopriamo che
quella barca è già dentro di noi, si è disegnata a poco a poco
dentro mentre percorrevamo fisicamente il corso del fiume e
respiravamo il vento, è la mobile dimora che abbiamo costruito nel
nostro viaggio e che può consentirci di andare oltre e tornare al
mare.
Ed è col cuore leggero che
raggiungiamo la costa dove sulla spiaggia, a Villa Margi tra S.
Stefano di Camastra e Torremuzza, ci attende la monumentale
Finestra sul mare di Tano Festa, scultura-segnale che come
quella di Consagra si vede a distanza dalla strada tra Palermo e
Messina, e che per questo è stata come l'altra oggetto di ostilità e
polemica.
Finestra sul mare non è che una
gigantesca cornice quadrata di cemento alta venti metri che ritaglia
una porzione di orizzonte, vi è appoggiata una trave di ferro come
un ponte orientato verso cielo e mare. La cornice è azzurra come la
visione che inquadra, e sul suo telaio ci sono piccole nuvole come
in una pittura di Magritte. Ogni quadro non è che una finestra,
sosteneva Leon Battista Alberti, una finestra che ci consente di
controllare la visione, misurare le distanze, costruire la
prospettiva di uno spazio finito. Qui l'opera ci invita invece a
lasciare scivolare lo sguardo nell'infinito, a guardare in modo
diverso ciò che da sempre è sotto i nostri occhi, a confrontare la
nostra finitezza con l'immensità dell'orizzonte, a non temere il
ritorno all'acqua e il passaggio oltre verso un'altra sponda. E' la
cornice di una nostalgia, la possibilità di un'avventura di mare
senza ritorno, è la porta che interroghiamo all'inizio e che alla
fine del viaggio si spalanca come una rivelazione. "Guardo ancora la
porta chiusa - scrive Festa già malato ad Arturo Schwarz - e mi
sembra che in quel momento non ci sia più né il corridoio né tutto
il resto della casa. Che se l'aprissi in quell'attimo vedrei solo un
grande cielo azzurro pieno di nuvole bianche". Quella finestra se
l'è portata appresso per tutta la vita, ed è felice di saperla lì
tra il mare e il sole, senza prezzo, su una spiaggia di pietre dove
ciascuno può farne ciò che vuole: una cornice per un quadro che sarà
diverso per ciascuno, perché si tratta di uno spazio
dell'immaginazione, di quella "visione in trasparenza" che "innalza
l'anima oltre i suoi confini egocentrici - dice il grande psicologo
Hillman - e dilata gli eventi della natura […] La fantasia
incoraggia a guardare il mondo con altri occhi, a leggere ogni
evento in cerca di qualcosa di più profondo, a cercare
dentro. La fantasia delle profondità nascoste infonde anima al
mondo".
E quando l'occhio entra nella
trasparenza e si fa azzurro si comprende che l'unica via d'uscita
dal problema umano non risiede in una soluzione meccanica, ma nella
materia poetica generata dalla mente. Ecco che dentro quella
finestra sulla riva possiamo scorgere nel riverbero del sole un
veliero bianco e azzurrino, il nostro "vascello immaginale",
l'ultima trasformazione della barca dell'invisibile che ci indica
quella via attraverso il mondo più difficile da trovare della
via al di là del mondo.
Eva di Stefano
Docente di Storia dell’Arte
Contemporanea - Università di Palermo
LA
VITTORIA DELL'ARTE
Finalmente, dopo venticinque anni di
battaglie e diverse sentenze che disponevano la demolizione delle
sculture della Fiumara d'Arte, le opere monumentali del Parco
vengono riconosciute e aiutate dal Governo regionale che ha
approvato l'istituzione del percorso turistico culturale di Fiumara
d'Arte (Legge
Regionale 6/06 dal titolo Valorizzazione
turistica-Fruizione e conservazione opere di Fiumara d'arte).
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